Diritto amministrativo

  • Il cittadino comunitario, qualsiasi sia la Sua posizione lavorativa, ha diritto all’ottenimento della residenza italiana.

    In tal senso, il d.lgs. 30/2007, in attuazione della direttiva 2004/38/CE relativa al diritto dei cittadini dell'Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, all’art. 7 individua i requisiti necessari affinché il cittadino dell'Unione possa soggiornare in Italia per un periodo superiore a tre mesi.
    Nello specifico possono soggiornare:

    1. i lavoratori autonomi o tali in virtù di un contratto di lavoro subordinato, con valida documentazione in grado di attestare la propria qualifica;
    2. i cittadini non lavoratori che dispongano di risorse economiche sufficienti (pari almeno all’assegno sociale – Euro 5.570 lordi annui), nonché di un’assicurazione sanitaria che copra i rischi sanitari sul territorio nazionale, valida per almeno un anno;
    3. i cittadini studenti, titolari di apposita documentazione attestante l’iscrizione presso istituto scolastico o di formazione professionale, nonché di autodichiarazione del possesso di risorse economiche sufficienti (pari almeno all’assegno sociale – Euro 5.570 lordi annui) per non diventare un onere a carico dell’assistenza sociale dello Stato e di assicurazione sanitaria per la copertura dei rischi sanitari sul territorio nazionale;
    4. i cittadini familiari che accompagnano o raggiungono un cittadino dell'Unione che ha diritto di soggiornare ai sensi delle lettere a), b) o c);
    5. i cittadini di uno Stato non appartenente all’Unione, purché familiare di cittadino dell’Unione Europea in possesso della carta di soggiorno familiare di cittadino dell’UE, oppure della ricevuta della richiesta di rilascio di carta di soggiorno.

    Con particolare riferimento alla figura del cittadino non lavoratore, un possibile problema può riguardare le difficoltà riscontrabili in sede di iscrizione all’ASL.

    E’ talora possibile che l’amministrazione locale neghi l’iscrizione per mancanza della residenza italiana, con conseguente rilascio del cd. Codice E.N.I.  (Europeo Non Iscritto) per la durata di 6 mesi. Tale codice consente solamente l'accesso alle cure ambulatoriali ed ospedaliere, urgenti o comunque essenziali per malattia e infortunio, nonché alle cure farmacologiche, garantendo così una copertura inferiore rispetto a quella prevista per di un cittadino italiano.  

    Il problema è tuttavia superabile attraverso l’inserimento del soggetto inoccupato all’interno delle liste di disponibilità al lavoro presso un qualsiasi Centro per l’Impiego, dove non è richiesta al cittadino l’attestazione di essere residente in Italia

    Tale inserimento all’interno delle liste presso il Centro per l’Impiego comporta l’acquisizione da parte del cittadino della qualifica di disoccupato involontario, come da definizione ex art. 19 del d.lgs. n. 150/2015, con il conseguente sorgere del diritto (e contestuale obbligo in capo all’Amministrazione) all’iscrizione del cittadino disoccupato al Servizio Sanitario Nazionale, come da Circolare del Ministero della Salute del 3 agosto 2007, con conseguente rilascio della Tessera Europea di Assicurazione Malattia.

    Una volta in possesso della tessera sanitaria, sarà dunque possibile allegare i restanti documenti necessari per la richiesta della residenza presso il Comune in cui si dimora.  

    Avv. Luca Angeleri 

  • Con sentenza del 3 marzo 2011 n. 5120 la Cassazione ha confermato che l'attività della pubblica amministrazione, anche nel campo della pura discrezionalità, deve svolgersi nei limiti posti dalla legge e dal principio primario del neminem laedere, codificatonell'art. 2043 c.c., per cui è consentito al giudice ordinario accertare se vi sia stato da parte della stessa pubblica amministrazione, un comportamento doloso o colposo che, in violazione di tale norma e tale principio, abbia determinato la violazione di un diritto soggettivo. Stanti i principi di legalità, imparzialità e buona amministrazione, di cuiall'art. 97 Cost., la pubblica amministrazione è tenuta a subire le conseguenza stabilitedall'art. 2043 c.c., atteso che tali principi si pongono come limiti esterni alla sua attività discrezionale (nel caso di specie l'Agenzia delle Entrate è stata condannata a risarcire i danni del contribuente, tra questi ricomprese le spese pagate per l'intervento del commercialista resosi necessario per l'inattività dell'amministrazione).

  • Con la sentenza n. 26614 del 18.10.2019 la Corte di Cassazione ha enucleato che «Ai sensi degli artt. 2087 c.c. e 7 del d.lgs. n. 626 del 1994, che disciplina l'affidamento di lavori in appalto all'interno dell'azienda, il committente, nella cui disponibilità permanga l'ambiente di lavoro, è obbligato ad adottare tutte le misure necessarie a tutelare l'integrità e la salute dei lavoratori, ancorché dipendenti dell'impresa appaltatrice, e che consistono nel fornire adeguata informazione ai singoli lavoratori circa le situazioni di rischio, nel predisporre quanto necessario a garantire la sicurezza degli impianti di protezione e prevenzione dei rischi connessi sia al luogo di lavoro sia all'attività appaltata».

  • La normativa di riferimento per la quantificazione dell’indennità di esproprio di beni immobili a seguito di procedimenti intentati dalla Pubblica Amministrazione è contenuta nel D.P.R. 327/2001 – “Testo Unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di espropriazione per pubblica utilità”. 

    Prima dell’elaborazione di detto testo, la normativa in materia era caratterizzata da una scarsa omogeneità e per la determinazione dei criteri di liquidazione era necessario far riferimento a diversi testi legislativi e, soprattutto, a fonti cronologicamente datate e frutto di vari tentativi di apportare correttivi alla Legge 2359/1865 (“Disciplina dell’espropriazione forzata per causa di pubblica utilità”), la prima legge generale organica in fatto di espropri. 

    Con l’entrata in vigore del Testo Unico sono, pertanto, state abrogate non solo la Legge 2359/1865 ma anche la successiva Legge 865/1971, anch’essa contenente norme sull’espropriazione finalizzata alla realizzazione di interventi di edilizia residenziale e di opere pubbliche di competenza degli enti locali, la quale prevedeva l’utilizzo del criterio del valore agricolo medio (V.A.M.) sia per la determinazione dell’indennità di esproprio di aree non edificabili ma non effettivamente coltivate sia per la determinazione dell’indennità provvisoria. Alle disposizioni frammentarie precedenti è stato così sostituito un testo unitario all’interno del quale la norma cardine nell’ipotesi di esproprio di aree non edificabili era l’art. 40 il quale così recitava:

    1.Nel caso di esproprio di un'area non edificabile, l'indennità definitiva è determinata in base al criterio del valore agricolo, tenendo conto delle colture effettivamente praticate sul fondo e del valore dei manufatti edilizi legittimamente realizzati, anche in relazione all'esercizio dell'azienda agricola, senza valutare la possibile o l'effettiva utilizzazione diversa da quella agricola.

    2. Se l'area non è effettivamente coltivata, l'indennità è commisurata al valore agricolo medio corrispondente al tipo di coltura prevalente nella zona ed al valore dei manufatti edilizi legittimamente realizzati.

    3. Per l'offerta da formulare ai sensi dell'articolo 20, comma 1, e per la determinazione dell'indennità provvisoria, si applica il criterio del valore agricolo medio di cui all'articolo 41, comma 4, corrispondente al tipo di coltura in atto nell'area da espropriare.

    4. Al proprietario coltivatore diretto o imprenditore agricolo a titolo principale spetta un'indennità aggiuntiva, determinata in misura pari al valore agricolo medio corrispondente al tipo di coltura effettivamente praticata.

    5. Nei casi previsti dai commi precedenti, l'indennità è aumentata delle somme pagate dall'espropriato per qualsiasi imposta relativa all'ultimo trasferimento dell'immobile”.

     Da detta norma ne discendeva che, ad eccezione delle aree non edificabili ma effettivamente coltivate per le quali veniva utilizzato come criterio di computo dell’indennità il valore agricolo dell’area espropriata tenuto conto sia delle colture effettivamente praticate sul fondo sia del valore dei manufatti edilizi legittimamente realizzati, per le aree non effettivamente coltivate il relativo valore doveva essere parametrato ai V.A.M..

    Questa disparità di trattamento è stata superata per effetto di un’interpretazione giurisprudenziale della norma in esame la quale ha ritenuto illegittimo l’utilizzo dei V.A.M. a favore del valore di mercato così sostituendo ad un criterio astratto e predeterminato, svincolato dalla considerazione dell’effettivo valore del fondo (si ricorda infatti che i V.A.M. venivano determinati da una Commissione provinciale nell’ambito delle singole regioni agrarie, con riferimento ai valori dei terreni considerati liberi da vincoli di contratti agrari, secondo i tipi di coltura effettivamente praticati, e rilevati nell’anno solare precedente) con un criterio reale.

    Detta innovazione è avvenuta mediante una pronuncia della Corte Costituzionale (sentenza n. 181 del 10.06.2011) la quale, uniformandosi alla giurisprudenza della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dei commi nn. 2 e 3 dell’art. 40 D.P.R. 327/2001 laddove gli stessi prevedevano che l’indennità venisse commisurata al valore agricolo medio così creandosi una netta spaccatura tra la disciplina riservata alle aree edificabili e quella dettata per le aree non edificabili.

    La Corte, rammentato che l’esproprio rappresenta un sacrificio imposto ad un privato per la soddisfazione di un interesse generale e che, per quanto l’indennità non debba assicurare l’integrale riparazione della perdita subita, essa non deve comunque mai essere simbolica o irrisoria ma deve rappresentare un serio ristoro, garantito dall’art. 42, comma 3 Cost., ha statuito che per raggiungere tale finalità occorre commisurare l’indennità al valore del bene ablato determinato sulla base delle sue caratteristiche essenziali.

    Solo in questo modo, secondo la Corte, può essere assicurata la congruità del ristoro spettante all’espropriato ed evitare che lo stesso sia meramente apparente.

    I terreni agricoli vengono così equiparati ai terreni edificabili ed in caso di esproprio devono essere monetizzati sulla base dell’effettivo valore di mercato, senza possibilità di ricorso ad automatismi tabellari, ormai illegittimi.

    L’intervento della Corte Costituzionale non ha investito l’intero art. 40 del D.P.R. 327/2001 ma solo i commi nn. 2 e 3, con la conseguenza che continuano a trovare applicazione gli altri commi del precisato articolo.

    Quanto al primo comma, a norma del quale l'indennità definitiva è determinata in base al criterio del valore agricolo, tenendo conto delle colture effettivamente praticate sul fondo e del valore dei manufatti edilizi legittimamente realizzati, anche in relazione all'esercizio dell'azienda agricola, la mancata previsione del valore agricolo medio nonché il riferimento alle colture effettivamente praticate sul fondo consentono una interpretazione della norma costituzionalmente orientata.

    Quanto al quarto comma, il quale contiene una norma destinata a trovare applicazione esclusivamente nell’ipotesi in cui il proprietario dell’area oggetto di esproprio sia un coltivatore diretto o un imprenditore agricolo a titolo principale, esso continua a trovare applicazione anche dopo la nota sentenza della Corte Costituzionale in quanto norma di garanzia di un altro diritto costituzionalmente tutelato, il lavoro (Cass. Civ. 24.04.2014, n. 9269): l’indennità aggiuntiva, dovuta in ragione della professionalità del soggetto espropriato ed autonoma rispetto all’indennità di espropriazione, continuerà ad essere liquidata sulla base al valore agricolo medio.

    Si ricorda da ultimo che la medesima garanzia di tutela del lavoro è riconosciuta al conduttore, al mezzadro ovvero al compartecipante dal successivo art. 42 D.P.R. 327/2001 la cui finalità è quella di fungere la risarcimento autonomo rispetto a quello previsto per il proprietario.

    In conclusione, tanto per le aree non coltivate quanto per le aree effettivamente coltivate, l’indennizzo deve essere calcolato in base ai valori di mercato di detti beni immobili.

    L’indennizzo così calcolato è, poi, soggetto alla maggiorazione di cui all’art. 40, comma 4 D.P.R. 327/2001, computata in base ai V.A.M., nel caso in cui il proprietario sia un coltivatore diretto o un imprenditore agricolo ovvero accompagnato all’indennità aggiuntiva di cui all’art. 42 D.P.R. 327/2001 nel caso in cui il fondo sia coltivato da conduttore, mezzadro o compartecipante e ciò in quanto, in assenza di uno specifico provvedimento legislativo in materia, non si può ritenere che le citate norme siano state coinvolte nella declaratoria di incostituzionalità. Di conseguenza il perdurante riferimento al V.A.M., assunto quale criterio di calcolo delle indennità aggiuntive, deve considerarsi tuttora valido per determinare le predette indennità (Cons. Stato 21.03.2012, n. 29).

    Occorre ora verificare se lo stesso criterio di determinazione dell’indennità aggiuntiva possa essere seguito nell’ipotesi in cui il proprietario coltivatore diretto decida di aderire alla procedura di cessione volontaria del bene oggetto della dichiarazione di pubblica utilità in alternativa al provvedimento amministrativo.

    Prima della sentenza della Corte Costituzionale, l’art. 45 D.P.R. 327/2001 prevedeva che al proprietario coltivatore diretto del fondo spettasse un corrispettivo calcolato moltiplicando per 3 il valore agricolo medio di cui all’art. 40, comma 3.

    Essendo, tuttavia, venuto meno il criterio dei V.A.M. di cui all’art. 40, comma 3 D.P.R. 327/2001 ed in assenza di una norma che disciplini detta fattispecie, secondo la giurisprudenza della Corte dei Conti (Cons. Stato 21.03.2012, n. 29) l’unica via percorribile sarà quella della determinazione del corrispettivo per la cessione volontaria con le medesime modalità ora possibili per il calcolo dell’indennità di espropriazione ovvero sulla base del valore venale del bene nel caso di aree non edificabili e non coltivate e in base al valore agricolo effettivo per le aree non edificabili e coltivate.

    Non potranno, invece, più essere applicate le maggiorazioni previste dall’art. 45, comma 2 lett. c) e d) D.P.R. 327/2001.

                                                                                                                                   Avv. Marcello BOSSI

     

  • Come è noto l’art. 42, III comma, Cost. prevede che la proprietà privata può essere espropriata per motivi di interesse generale nei casi previsti dalla legge e salvo indennizzo. La disciplina del procedimento di determinazione dell’indennità di esproprio è contenuta nel D.P.R. n. 327 del 08.06.2001, rubricato “Testo Unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di espropriazione per pubblica utilità”, che ha ricondotto ad unità una materia precedentemente collocata in vari testi legislativi. Il Testo Unico ha completamente rivoluzionato le modalità di determinazione dell’indennità rispetto al sistema previgente, individuando due procedure alternative, una ordinaria ed una accelerata, la quale però può essere adottata solo ove sussistano circostanze di particolare urgenza.

    Con riferimento alla procedura ordinaria la determinazione dell’indennità provvisoria è disciplinata dall’art. 20 del T.U., il quale stabilisce che, una volta divenuto efficace l’atto che dichiara la pubblica utilità, il promotore dell’espropriazione deve formare, entro i trenta giorni successivi, l’elenco dei beni da espropriare che deve essere corredato dall’indicazione dei relativi proprietari e delle somme offerte loro per l’esproprio e, di poi, notificato ai soggetti interessati dal procedimento espropriativo, i quali hanno la facoltà di presentare, nei successivi trenta giorni, osservazioni scritte e documenti.
    Valutate le osservazioni degli interessati, l’autorità espropriante provvede ad accertare il valore dell’area, a determinare in via provvisoria la misura dell’indennità di espropriazione ed a notificare l’atto di determinazione dell’indennità al proprietario del bene espropriato ed al beneficiario dell’espropriazione, se diverso dall’autorità procedente.

    Ricevuta la notifica dell’atto, il proprietario ha a disposizione trenta giorni per comunicare, con dichiarazione irrevocabile, la propria condivisione in merito alla determinazione dell’indennità.La scadenza di tale termine, che deve essere considerato essenziale pur in assenza di qualsivoglia previsione normativa, incide sul proseguimento del procedimento espropriativo, in quanto comporta l’apertura della successiva fase di determinazione dell’indennità definitiva, autorizzando in tale modo, previo deposito della somma offerta, l’adozione e l’esecuzione del decreto di esproprio da parte dell’autorità procedente.
    Qualora il proprietario condivida la determinazione dell’indennità provvisoria di espropriazione deve depositare presso l’ufficio competente la documentazione comprovante la piena e libera proprietà del bene e l’autorità espropriante deve corrispondergli l’indennità accettata entro il termine dei successivi sessanta giorni decorrenti dalla data di deposito della predetta documentazione.

    Espletate tali formalità il beneficiario dell’esproprio ed il proprietario stipulano l’atto di cessione volontaria del bene, che deve essere trascritto a cura e spese dell’acquirente presso l’ufficio dei registri immobiliari.
    La determinazione dell’indennità definitiva è, invece, disciplinata dall’art. 21 del T.U. delle espropriazioni, il quale stabilisce che nella circostanza in cui non vi sia accordo sulla determinazione dell’indennità provvisoria, l’autorità procedente invita i proprietari dei beni espropriati a comunicare, entro il termine di venti giorni, se intendano avvalersi del Collegio Peritale o della apposita Commissione Provinciale istituita presso la Regione di cui all’art. 41 del Testo Unico.
    La relazione di stima deve essere depositata presso l’ufficio competente per le espropriazioni e del deposito l’autorità procedente deve darne comunicazione ai soggetti interessati mediante raccomandata con avviso di ricevimento.

    Il proprietario espropriato, il promotore dell’espropriazione o il terzo che ne abbia interesse possono impugnare, entro trenta giorni dalla comunicazione dell’avvenuto deposito della stima, innanzi alla Corte d’Appello nel cui distretto si trova il bene espropriato, gli atti dei procedimenti di nomina dei periti e di determinazione dell’indennità, la stima fatta dai tecnici o dalla Commissione Provinciale e la liquidazione delle spese di stima, chiedendo la determinazione giudiziale dell’indennità.
    Trascorso il termine per la proposizione dell’opposizione, l’indennità è fissata definitivamente nella somma risultante dalla perizia e l’autorità espropriante ne autorizza il pagamento agli aventi diritto.Con riferimento, invece, alla procedura accelerata  di determinazione dell’indennità di espropriazione l’art. 22 del Testo Unico stabilisce che, qualora l’avvio dei lavori rivesta caratteri di urgenza tali da non permettere la determinazione dell’indennità utilizzando il procedimento ordinario oppure il numero dei destinatari della procedura espropriativa sia superiore a cinquanta, l’indennità viene determinata senza particolari indagini o formalità dalla Commissione Provinciale di cui all’art. 41, fatto salvo, in ogni caso, il diritto dell’espropriato di avvalersi del Collegio Peritale, ed il decreto di esproprio può essere emanato ed eseguito sulla base della predetta determinazione.

    In ultimo, merita particolare attenzione una recente pronuncia della Corte Costituzionale relativa al criterio di calcolo mediante il quale si determina l’indennità nella circostanza di esproprio di un’area non edificabile. Con la sentenza del 10.06.2011 n. 181 la Consulta, proseguendo nell’opera di adeguamento del diritto interno alle prescrizioni della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, ha dichiarato la illegittimità costituzionale dei commi 2 e 3 dell’art. 40 del Testo Unico nella parte in cui determinano l’indennità di esproprio con riferimento al valore agricolo medio.
    I valori agricoli medi, cosiddetti VAM, furono introdotti dall’art. 16 della Legge n. 865 del 1971, il quale prevedeva che un’apposita Commissione Provinciale doveva determinare, per ciascuna delle singole regioni agrarie delimitate dall’ISTAT ed entro il 31 gennaio di ogni anno, i valori agricoli medi dei terreni considerati liberi da vincoli di contratti agrari, secondo i tipi di coltura effettivamente praticati.

    Il sistema indennitario introdotto dalla Legge n. 865 del 1971 è stato poi recepito nell’art. 40 D.P.R. n. 327/2001, che stabiliva l’utilizzo del criterio del valore agricolo medio sia per la determinazione dell’indennità di esproprio relativa ad un’area sì non edificabile ma non effettivamente coltivata sia per la determinazione dell’indennità provvisoria. I VAM avevano pertanto la funzione di consentire una prima rapida quantificazione dell’indennità provvisoria di espropriazione, mediante l’offerta di importi forfettari e scissi dall’effettivo valore dei beni considerati.
    La Corte Costituzionale, ponendo a fondamento della propria decisione il disposto di cui all’art. 42, III comma, Cost., ha confermato il consolidato principio secondo cui l’indennizzo assicurato all’espropriato pur non dovendo costituire una integrale riparazione per la perdita subita, in quanto il diritto del privato deve essere coordinato con l’interesse generale che l’espropriazione mira a realizzare, non può, tuttavia, essere fissato in misura irrisoria o meramente simbolica, ma deve rappresentare un serio ristoro, con la conseguenza che il parametro del valore agricolo medio, che è astratto, predeterminato e del tutto svincolato dalla considerazione dell’effettivo valore di mercato, non risulta essere in grado di realizzare tale condizione.

    La Consulta ha, infatti, statuito che il criterio indennitario basato sul valore agricolo medio prescinde dall’area oggetto del procedimento di esproprio, non consentendo di tenere conto di tutte le caratteristiche concrete che concorrono alla determinazione del valore di mercato del terreno agricolo. Il VAM, infatti, fa riferimento unicamente al tipo di coltura praticato e non anche ad altri fattori quali le caratteristiche di posizione del suolo, il valore intrinseco del terreno, la presenza di energia elettrica, l’accessibilità a fonti di irrigazione, l’esposizione e la maggiore o minore perizia nella conduzione del fondo.

    La Corte non ha, invece, ritenuto di estendere la declaratoria di illegittimità anche al primo comma dell’art. 40 D.P.R. n. 327/2011, in quanto detto comma, che concerne l’esproprio di un’area non edificabile ma effettivamente coltivata, utilizza come criterio di computo dell’indennità il valore agricolo dell’area espropriata, tenendo conto sia delle colture effettivamente praticate sul fondo sia del valore dei manufatti edilizi legittimamente realizzati.
    Alla luce di quanto esposto si rileva, pertanto, che anche per determinare l’indennità di espropriazione di aree non edificabili è necessario utilizzare come parametro di riferimento non più il valore agricolo medio bensì il valore di mercato dell’area espropriata e ciò al fine di garantire il giusto equilibrio tra l’interesse generale e gli imperativi della salvaguardia dei diritti fondamentali degli individui.                                                                                                      

    Avv. Marcello BOSSI     

  • E'  consolidato l'orientamento ribadito dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 11389 del 24 maggio 2011 per cui ove l'autorità amministrativa, che ha emesso il provvedimento sanzionatorio, stia in giudizio personalmente o avvalendosi di un funzionario delegato (come consentito dallaL. n. 689 del 1981, art.23, comma 4), non può essa ottenere la condanna dell'opponente, che sia soccombente, al pagamento dei diritti di procuratore e degli onorari di avvocato, difettando le relative qualità nel funzionario amministrativo che sta in giudizio, per cui sono, in tal caso, in suo favore liquidabili le spese, diverse da quelle generali, che essa abbia concretamente affrontato in quella causa e sempre che tali spese risultino indicate in apposita nota (Cass., n. 2872 del 2007; Cass., n. 12232 del 2003;Cass., n. 7597 del 2001; Cass., n. 6898 del 1998, Cass., n. 9365 del 1997; Cass., n. 8678 del 1993).In sostanza, l'unico requisito che si richiede per la liquidazione delle spese vive, che rappresentano un qualcosa di diverso dalle spese generali di organizzazione del servizio per la difesa della singola amministrazione nei giudizi di opposizione a sanzione amministrativa, è che le stesse siano indicate in una apposita nota da parte dell'ente che ne chiede la liquidazione.

  • L’istituto dell’espropriazione permette alla Pubblica Amministrazione (l’ente espropriante), di privare il proprietario (l’espropriato) dei suoi beni dietro la devoluzione di un corrispettivo: ciò è previsto dalla nostra Costituzione all’art. 42, comma III, il quale prevede che la proprietà privata possa essere espropriata per motivi di interesse generale ma solo nei casi previsti dalla legge e salvo indennizzo, ed è disciplinato dall’art. 834 del codice civile, in virtù del quale “nessuno può essere privato in tutto o in parte dei beni di sua proprietà, se non per causa di pubblico interesse, legalmente dichiarata, e contro il pagamento di una giusta indennità”.

    Se non fosse prevista tale possibilità sarebbe impossibile realizzare opere di grandi dimensioni, quali per esempio autostrade, ferrovie, acquedotti, […] l’espropriazione consente un trasferimento coattivo dei diritti in capo a colui che effettua l’espropriazione e anche se non sussiste il consenso del titolare del diritto, che potrà pretendere la devoluzione di un corrispettivo pattuito.Numerose sono le norme che hanno disciplinato la procedura di esproprio, tra cui la “legge fondamentale” (Legge 25 giugno 1865 n. 2359), la “legge per la casa” (Legge 22 ottobre 1971 n. 865), la “legge Bucalossi” (Legge 28 gennaio 1977 n. 10), e il D.P.R. 8 giugno 2001 n. 327 noto come T.U.E. Testo Unico in materia di espropriazioni per pubblica utilità (modificato dal D.Lgs. 27 dicembre 2002 n. 302). Il Testo Unico de quo disciplina le espropriazioni immobiliari aventi matrice urbanistica, ossia quelle espropriazioni immobiliari strumentali alla realizzazione di opere pubbliche e di pubblica utilità, nonché le espropriazioni a favore di privati, di beni immobili o diritti relativi a beni immobili, per l’esecuzione di opere pubbliche o di pubblica utilità.I due atti fondamentali con cui ha inizio il procedimento di esproprio per pubblica utilità sono:·        la dichiarazione di pubblica utilità e·        la determinazione dell’indennità di esproprio.Il Testo Unico Espropri ha rivoluzionato le modalità di determinazione delle indennità nei casi di esproprio di terreni agricoli, individuando una procedura ordinaria ed una accelerata (adottata in caso di urgenza), e distinguendo due figure:- il coltivatore diretto, caratterizzato dalla prevalenza del lavoro proprio e della propria famiglia;- l’imprenditore agricolo a titolo principale, colui che conduce a scopo di lucro un’attività economica in ambito agricolo mediante l’organizzazione di un’azienda e dedicando a tale attività una porzione rilevante del proprio reddito, senza che sia necessaria la prevalenza del lavoro diretto del soggetto o della propria famiglia (figura introdotta dalla Legge 153/1975).

    L’art. 20 del T.U.E. disciplina la determinazione provvisoria dell’indennità di espropriazione nella procedura ordinaria, e stabilisce che deve essere notificato al proprietario interessato dal procedimento di esproprio l’atto che determina in via provvisoria la misura dell’indennità. Il proprietario stesso ha la possibilità di comunicare con dichiarazione irrevocabile, entro trenta giorni dalla notifica, la propria condivisione alla determinazione dell’indennità di espropriazione: in questo caso il comma VI (modificato dal D.Lgs. 27 dicembre 2002 n. 302) riconosce il diritto del proprietario del fondo espropriato a ricevere un acconto pari all’80% dell’indennità, previa autocertificazione che attesta la piena e libera proprietà del bene; al proprietario sono altresì riconosciuti gli interessi nella misura del tasso legale sull’ indennità, sino al momento del pagamento dell’eventuale acconto e del saldo. Nel caso in cui il proprietario si opponga all’immissione in possesso dell’autorità espropriante, questa può ugualmente procedervi con la presenza di due testimoni.

    L’art. 21 del T.U.E., che disciplina la determinazione definitiva dell’indennità di espropriazione, sancisce che se non sussiste accordo sulla determinazione dell’indennità provvisoria, l’autorità procedente invita il proprietario del bene espropriato, entro venti giorni, a comunicare la propria intenzione di avvalersi della Commissione Provinciale istituita presso la Regione o del Collegio Peritale. Successivamente al deposito della relazione di stima, il proprietario espropriato, il promotore dell’espropriazione o il terzo interessato possono proporre opposizione entro trenta giorni dalla comunicazione del deposito della relazione di stima stessa, e trascorso il termine per proporre opposizione l’indennità viene fissata nella somma risultante dalla perizia. Per quanto concerne la determinazione dell’indennità di esproprio nella procedura d’urgenza, l’art. 22 del T.U.E. sancisce che se l’avvio dei lavori è urgente e non è possibile ricorrere al procedimento ordinario per determinare l’indennizzo o il numero dei destinatari è superiore a cinquanta, l’autorità espropriante dispone l’indennità di espropriazione entro il termine di sessanta giorni; se l’espropriato non condivide la determinazione dell’indennità ha la possibilità di chiedere la nomina di tecnici (come previsto dall’art. 21 T.U.E.), e se non condivide la relazione finale può proporre opposizione alla stima.
    In assenza dell’istanza da parte del proprietario espropriato la determinazione dell’indennità sarà disposta dalla Commissione Provinciale.Il D.Lgs. 27 dicembre 2002, n. 302, ha introdotto l’art. 22 bis che disciplina l’occupazione d’urgenza preordinata all’espropriazione e sancisce che, se l’avvio dei lavori è particolarmente urgente da non consentire l’applicazione delle disposizioni di cui all’art. 20 commi I e II del T.U.E., può essere emanato decreto motivato che determina l’indennità provvisoria di espropriazione e l’occupazione anticipata dei beni immobili necessari; il decreto viene notificato con le medesime modalità previste dal suddetto art. 20 con l’avvertenza che il proprietario, nei trenta giorni successivi all’immissione in possesso, ha la possibilità di depositare documenti e presentare osservazioni scritte se non condivide l’indennità offerta (in tal caso si applicherà la procedura arbitrale ex art. 21 T.U.E.). Se il proprietario condivide la determinazione dell’indennità, il comma III di tale articolo riconosce un acconto pari all’80% con le stesse modalità previste dal comma VI dell’art. 20 T.U.E.

    Occorre rilevare che le indennità previste in favore dei proprietari coltivatori diretti o imprenditori agricoli a titolo principale (art. 40, comma IV), nonché quelle da riconoscere a favore di coltivatori diretti affittuari di aree agricole (art. 42, comma I) o edificabili (art. 37 comma IX), nonché quelle da riconoscere in favore di proprietari coltivatori diretti di aree edificabili (art. 37 comma IX), hanno la finalità di ristorare la perdita dell’occasione di lavoro in agricoltura: per tale genere di indennizzi è applicabile il criterio di liquidazione che si basa sul V.A.M. (valore agricolo medio), che fa riferimento unicamente al tipo di coltura praticata e non ad altri fattori. Possiamo dunque affermare che per le aree agricole il criterio base applicato è quello previsto dall’art. 40 T.U.E. legato al valore agricolo medio, il cui comma IV prevede che il proprietario coltivatore diretto o imprenditore agricolo a titolo principale abbia diritto ad un’indennità aggiuntiva pari al V.A.M. della coltura effettivamente praticata.
    La giurisprudenza, in materia chiarisce il punto:Cass. 17714/2002: “l’elemento qualificante della coltivazione diretta del fondo va ravvisato in quello che emerge dagli artt. 2083, 2135 e 2751 bis c.c., trascurando le numerose altre definizioni, tutte ad efficacia settoriale. Tale elemento, pertanto, sussiste in tutte quelle ipotesi in cui la coltivazione del fondo da parte del titolare avviene con prevalenza del lavoro proprio e di persone della sua famiglia, dovendosi individuare il requisito della prevalenza in base al rapporto tra forza lavorativa totale occorrente per la lavorazione del fondo e la forza lavoro riferibile al titolare ed ai membri della sua famiglia, a prescindere dall’apporto di mezzi meccanici, e distinguendosi in tal modo il coltivatore diretto dalla figura dell’imprenditore agricolo”.

    L’indennità di esproprio dei terreni edificabili ha subito un importante innovazione in seguito alla sentenza dellaCorte Costituzionale n. 349/2007, con cui la Suprema Corte dichiarava l’illegittimità costituzionale delle norme che in tema di esproprio di terreni edificabili prevedevano indennizzi inferiori al valore di mercato.Il legislatore ha dovuto adeguarsi a tale orientamento giurisprudenziale: l’art. 2 comma 89 lett. a) della L. n. 244/2007 ha modificato i primi due commi dell’art. 37 T.U.E. disponendo al primo comma che “l’indennità di espropriazione di un’area edificabile è determinata nella misura pari al valore venale del bene”; per valore venale del fondo si intende che il proprietario espropriato ha il diritto di ricevere un indennizzo commisurato all’entità del danno effettivamente prodotto. Il secondo comma sancisce che “nei casi in cui è stato concluso l'accordo di cessione, o quando esso non è stato concluso per fatto non imputabile all'espropriato ovvero perché a questi è stata offerta un'indennità provvisoria che risulta inferiore agli otto decimi in quella determinata in via definitiva, l'indennità è aumentata del 10 per cento”.
    Se l’area edificabile viene utilizzata a scopi agricoli, ex art. 37 comma IX T.U.E., al proprietario coltivatore spetta un indennizzo pari al valore agricolo medio corrispondente al tipo di coltura effettivamente praticato.

    Un ulteriore indennità di esproprio che rappresenta una forma di agevolazione eccezionale in materia di espropriazioni per pubblica utilità è caratterizzata dalla triplicazione; la ratio della norma è quella di riparare non solo il pregiudizio subito da colui che trae dal fondo i mezzi della propria sussistenza ma in generale il danno subito da un soggetto che nell’ attività agricola sul fondo esercita la propria professione. Ai fini del diritto alla triplicazione, l’attività agricola di coltivazione deve costituire la professione del proprietario, da intendersi come l’occupazione principale sotto il duplice profilo del tempo lavorativo dedicato ad essa e del reddito da lavoro che viene ricavato.Infine, è importante ricordare che al coltivatore diretto o imprenditore agricolo a titolo principale, nel caso di esproprio di terreno agricolo mediante occupazione d’urgenza, è riconosciuto in caso di accettazione dell’indennità, un acconto pari all’80% del valore agricolo medio triplicato e il 20% al saldo (T.A.R. Lombardia Brescia Sez. II, Sent. n. 886 del 09.06.2011).Una recente sentenza della Corte Costituzionale, n. 181/2011, del 10.06.2011, ha introdotto nuove prospettive indennitarie per i terreni che, seppur non edificabili, possono essere apprezzati dal mercato immobiliare in modo diverso rispetto alle aree agricole; per tali terreni il criterio utilizzato per determinare l’indennità è quello relativo al valore di mercato ricavabile dalle caratteristiche essenziali e dalla potenziale destinazione economica.

    Si tratta della stima del valore venale del fondo che, seppure non sia dotato di capacità edificatoria, può possedere potenzialità legali ed effettive di utilizzo diverse e più redditizie di quelle agricole.Tale sentenza ha dichiarato l’incostituzionalità dell’art. 40 comma II e comma III, producendo effetti sull’art. 45 T.U.E. che prevede la cessione volontaria; in proposito la Corte dei Conti del Friuli Venezia Giulia con deliberazione del 21.03.2012, n. 181, ritiene che non si possa continuare ad applicare le maggiorazioni previste dalle norme, sostituendo il parametro assunto dal legislatore come base di calcolo (il VAM) con criteri per la determinazione dell’indennità di espropriazione che derivano dalla declaratoria di illegittimità costituzionale. Questo perché le maggiorazioni di cui alle lettere c) e d) dell’art. 45 T.U.E. erano state previste per neutralizzare i criteri riduttivi di un valore estimativo (il VAM) che non è più utilizzato per il calcolo del corrispettivo, in seguito alla declaratoria di illegittimità del comma III dell’art.40.Pertanto, si ritengono applicabili i principi enunciati dalla giurisprudenza di legittimità con riferimento all’indennità per l’esproprio che, “essendo destinata a tener luogo del bene espropriato, è unica e non può superare in nessun caso il valore che in esso presenta, in considerazione della sua concreta destinazione, e nelle singole fattispecie, neppure quello derivante dal criterio di valutazione posto dalla legge applicabile per determinarlo” (cfr. Cass. civ., Sez. I, Sent. 23.01.2012, n. 893).

    In conclusione è possibile affermare che: il coltivatore diretto e l’imprenditore agricolo a titolo principale hanno il diritto di ricevere un’indennità in seguito all’espropriazione di terreno; l’indennità riconosciuta al proprietario espropriato dovrà essere pari al V.A.M.La Corte dei Conti ritiene che, nell’impossibilità di fare riferimento alle norme non più applicabili (art. 40 comma III) e in assenza di un intervento legislativo successivo alla sentenza 181/2011, l’unica via percorribile sarà quella della determinazione del corrispettivo per la cessione volontaria con le medesime modalità ora possibili per il calcolo dell’indennità di espropriazione, che si basa sul valore venale nel caso di aree non edificabili e non coltivate (art. 39 L. 2359/1865) e in base al valore agricolo effettivo per le aree non edificabili e coltivate (art. 40, comma I); non potranno essere applicate le maggiorazioni previste dall’art. 45 comma II, lettere c) e d). 

    A questi due soggetti è riconosciuto un indennizzo che deve comprendere il ristoro del pregiudizio arrecato dall’espropriazione all’attività aziendale agricola esercitata sul quel terreno, nel senso che il pregiudizio deve concretamente consistere in un danneggiamento materiale dell’immobile o nella compromissione di una condizione di fatto essenziale per l’utilizzazione o il godimento dello stesso (Cass. n. 8502/2006, n. 27801/2005), e deve risolversi sul piano economico in una effettiva diminuzione del valore venale del bene su cui era allocata l’azienda agricola.                                                                                              

     Avv. Marcello BOSSI

  • Con la sentenza del 19.10.2011, n. 21605 la Corte di Cassazione ha ribadito che,in tema di opposizione al verbale di contestazione di una violazione al Codice della Strada, ai sensi delD.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, art.204 bis, il giudice adito (in alternativa al ricorso al prefetto), nel rigettare detta opposizione, può quantificare in base al suo libero convincimento la sanzione pecuniaria che non sia predeterminata normativamente, in misura congrua tra il minimo ed il massimo edittale, anche d’ufficio ed in assenza di espressa domanda da parte dell’Amministrazione in ordine alla determinazione della misura della sanzione.