Diritto processuale

  • Il Parlamento  Europeo ha approvato il 20.10.2010 la direttiva contro i ritardi di pagamento, sia nel settore privato che in quello pubblico. La nuova norma fissa un termine di trenta giorni (che possono essere aumentati sino a sessanta nel caso della Sanità Pubblica ed in casi eccezionali) per il pagamento del fornitore. Superato tale  termine dovranno essere corrisposti anche dalla Pubblica Amministrazione gli interessi di mora nella misura dell'8% oltre al tasso di riferimento della BCE.

  • Avverso l'esecuzione intentata prima del decorso del termine di centoventi giorni dalla notifica del titolo esecutivo previsto dall'art. 14 del d.l. 669/1996 convertito con legge 30/1997 la Pubblica Amministrazione può proporre opposizione da qualificarsi come opposizione all'esecuzione e non agli atti esecutivi (Cass. Sez. Lavoro 23 febbraio 2010, n. 4361).

  • Con la sentenza del 20.04.2012, n. 6265 la Corte di Cassazione ha affermato il principio in forza del quale la quietanza di pagamento non può essere opposta al creditore pignorante allorché sia priva di data certa ed ha precisato, altresì, che la prova della data certa non può essere desunta dalla data della fattura concernente il pagamento del corrispettivo nel caso in cui la fattura venga emessa prima del pagamento avendo in tal caso rilevanza solo ai fini fiscali.La Suprema Corte ha affermato, di poi, che nel caso di assegno, ciò che rileva come fatto estintivo dell'obbligazione non è la dazione dell'assegno stesso, ma la sua presentazione per l'incasso e l'incasso effettivo con la conseguenza che ove tali ipotesi non si siano verificate in data precedente il pignoramento, l'avvenuto pagamento non sarà opponibile al creditore pignorante exart. 2917 c.c., anche se, in ipotesi, la dazione dell'assegno al creditore abbia preceduto il pignoramento.

  • Con la sentenza del 05.09.2011, n. 18105 la Corte di Cassazione ha precisato che l’ordinanza di assegnazione delle somme emessa nel corso del procedimento di esecuzione presso terzi determina una modificazione soggettiva del rapporto, in conseguenza della quale il terzo pignorato viene ad assumere la qualità di debitore del creditore procedente, di tal che spetta esclusivamente al terzo la valutazione in ordine alla necessità o meno di impugnare l’ordinanza medesima.

  • Con la sentenza del 04.10.2011 n. 20289 la Corte di Cassazione ha precisato che qualora il garante fideiussore abbia contestato la validità ed efficacia del titolo esecutivo posto a fondamento dell'azione esecutiva, l'impugnazione assume oltre ai connotati dell'opposizione agli atti esecutivi (con cui si contesta la legittimità dello svolgimento dell'azione esecutiva attraverso il processo e si fanno valere vizi formali degli atti e dei provvedimenti svolti o adottati nel corso del processo esecutivo e di quelli preliminari all'azione esecutiva, come il titolo esecutivo ed il precetto, nonché la notifica di essi) anche quelli dell'opposizione all'esecuzione che investe l'"an" delle esecuzione medesima cioè il diritto della parte istante di procedere ad esecuzione forzata per difetto originario o sopravvenuto del titolo esecutivo o della pignorabilità dei beni.

  • Con la sentenza del 05.10.2012 n. 17040 la Corte di Cassazione ha affermato che l'art. 715 c.c., includendo tra i casi di impedimento alla divisione il rapporto di contemporanea pendenza del giudizio di divisione di beni ereditari e del giudizio di filiazione naturale di colui che, in caso di esito favorevole di tale procedimento, sarebbe chiamato a succedere, non prevede un impedimento assoluto ed inderogabile all'espletamento del giudizio di divisione fino al definitivo accertamento giudiziale dell'estensione della cerchia dei coeredi bensì prefigura la possibilità che l'autorità giudiziaria autorizzi l'immediata divisione, dettando le opportune cautele, laddove la sospensione del giudizio di divisione sia suscettibile di provocare un ingiusto pregiudizio a coloro la cui qualità di eredi è attualmente certa.
  • Con la sentenza del 18.05.2012, n. 7863 la Corte di Cassazione ha ribadito il principio secondo cui la formula del giuramento decisorio deve essere tale che, a seguito della prestazione dello stesso, altro non resti che verificare l'an iuratum sit e senz'altro accogliere o respingere la domanda sul punto che di esso ha formato oggetto, con la conseguenza che detto mezzo probatorio non può servire per l'acquisizione di elementi probatori presuntivi, da valutarsi in concorso ed in relazione con gli altri elementi istruttori già raccolti.La Suprema Corte ha, di poi, precisato che per stabilire se la formula del giuramento rivesta o meno carattere decisorio, questa va considerata in se stessa e non in rapporto ai risultati delle prove già espletate e che il giuramento, quale mezzo di prova deferito per farne dipendere la decisione totale o parziale della causa, deve essere ammesso anche se diretto ad escludere o a provare fatti che dalle risultanze di causa sono rispettivamente provati o esclusi ed anche se abbia ad oggetto circostanze che la parte deferente intendeva dimostrare con un diverso mezzo di prova, documentale o testimoniale, dal quale la parte stessa sia decaduta e può essere deferito per la prima volta in grado di appello (a meno che verta su fatti la cui deduzione in secondo grado risulta preclusa in relazione al divieto di nuove domande in grado di appello).

  • Con la sentenza del 17.10.2011, n. 21400 la Corte di Cassazione ha precisato che in tema di impugnazione del provvedimento di revoca dell’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, già concessa in via anticipata e provvisoria dal competente Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, è applicabile la disciplina contenuta nell’art. 170 D.P.R. n. 115 del 2002, Testo Unico in materia di spese di giustizia, stante l’assenza di una norma specifica in ordine al rimedio esperibile avverso tale provvedimento di diniego con la conseguenza che la parte potrà presentare opposizione al presidente dell'ufficio giudiziario competente.

  • Con l'ordinanza del 6 settembre 2010 n. 19051 le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno enunciato il principio sulla base del quale è da rigettare il ricorso perché manifestamente infondato se, al momento della sua pronuncia, la decisione impugnata si presenta conforme alla  giurisprudenza della Corte Suprema stessa ed il ricorso non prospetta argomenti per modificarla.

  • Con la sentenza del 16.01.2013, n. 951 la Corte di Cassazione ha ribadito il principio secondo cui la notifica del decreto ingiuntivo oltre il termine di 60 giorni dalla pronuncia comporta, ai sensidell'art. 644 c.p.c., l'inefficacia del provvedimento (con la conseguenza che viene rimossa l'intimazione di pagamento con essa espressa e non consente al decreto di consolidarsi) ma non tocca, in difetto di previsione in tal senso, la qualificabilità del ricorso per ingiunzione come domanda giudiziale.Ne deriva che ove su detta domanda si costituisca il rapporto processuale, ancorché su iniziativa della parte convenuta (in senso sostanziale) la quale eccepisca quella inefficacia, il giudice adito, alla stregua delle comuni regole del processo di cognizione, ha il potere-dovere non soltanto di vagliare la consistenza l'eccezione (con le implicazioni in ordine alle spese della fase monitoria) ma anche di decidere sulla fondatezza della pretesa avanzata dal creditore ricorrente.

  • Con la sentenza n. 27407 del 29.12.2014 la Corte di Cassazione ha affermato che le dichiarazioni rese dalle parti in sede di interrogatorio non formale, pur se prive di valore confessorio (in quanto detto mezzo è diretto semplicemente a chiarire i termini della controversia), ben possono costituire il fondamento del convincimento del giudice di merito al quale è riservata la valutazione, non censurabile in sede di legittimità se congruamente e ragionevolmente motivata, della loro concludenza e attendibilità.

  • La Corte di Cassazione con la sentenza n. 22886 depositata in data 10.11.2010 ha ribadito che ove un terzo o un singolo condomino agisca nei confronti del Condominio proponendo un’azione anche di natura reale o possessoria, non sussiste alcuna limitazione in relazione alla legittimazione passiva dell’amministratore. In tal caso l’amministratore ha il solo obbligo (peraltro, di mera rilevanza interna e non incidente sui suoi poteri rappresentativi processuali), di riferire all’assemblea, con la conseguenza che la sua presenza in giudizio esclude la necessità del litisconsorzio nei confronti di tutti i condomini.

  • Con la sentenza del 13.04.2012, n. 5890 la Corte di Cassazione ha stabilito che la parte decaduta dalla facoltà di chiamare in causa un'altra parte può legittimamente proporre contro questa un separato giudizio e, nel caso in cui si verifichi tale ipotesi, il giudice può, avvalendosi del proprio potere discrezionale, disporre la riunione delle cause definendole in un unico giudizio.

  • Prendendo spunto dall'ordinanza n. 23 del 2009 della Corte costituzionale, ove si sottolinea "il ruolo non marginale rivestito - ai fini della coerenza complessiva e della funzionalità del sistema di accertamento e repressione della infrazioni stradali dalla possibilità spettante al giudice di pace di determinare, anche in misura pari al minimo edittale, l'entità della sanzione pecuniaria irrogabile in caso di rigetto del ricorso", la Corte di Cassazione a Sezione Unite con la sentenza n. 25304 del 15 dicembre 2010 ha affermato la possibilità, per il giudicante, in base al di lui libero convincimento, di determinare l’entita della sanzione pecuniaria in una misura compresa tra il minimo ed il massimo edittale, in quanto non si spiegherebbe, in caso contrario, il motivo per cui il libero convincimento potrebbe attuarsi solo in bonam partem. Ha, quindi, concluso nel senso che in caso di opposizione a verbale, il giudicante, in base al proprio libero convincimento, possa determinare la sanzione in misura compresa tra il minimo ed il massimo edittale.

  • La legge 12 novembre 2011 n. 183 (Legge di Stabilità 2012) è intervenuta in materia di procedura civile con importanti modificazioni ed integrazioni riferite alle modalità di notifica; alla cosidetta "accelerazione del contenzioso civile pendente in gradi di appello" ed al consistente aumento delle spese di giustizia.

  • Con la sentenza del 12.10.2011, n. 20995 la Corte di Cassazione, richiamando un orientamento consolidato in materia di riconoscimento del danno da responsabilità aggravata, ha confermato che tale danno non può essere considerato in re ipsa dovendo il giudice in sede di valutazione fare riferimento a nozioni di comune esperienza, tra cui il pregiudizio che la controparte subisce per il solo fatto di essere stata costretta a contrastare un'ingiustificata iniziativa dell'avversario, non compensata, sul piano strettamente economico, dal rimborso delle spese e degli onorari del procedimento stesso, liquidabili secondo tariffe che non concernono il rapporto tra parte e cliente.La Suprema Corte partendo, di poi, dal presupposto che l'art. 96 c.p.c. condanna al risarcimento “dei danni” ha confermato la possibilità di riconoscere oltre al risarcimento del danno patrimoniale anche il risarcimento di quello non patrimoniale atteso che, nella normalità dei casi e secondo l'id quod plerumque accidit, ingiustificate condotte processuali, oltre a danni patrimoniali causano ex se anche danni di natura psicologica da liquidarsi in via equitativa sulla base degli elementi in concreto desumibili dagli atti di causa.

  • Con la sentenza del 23.12.2011 n. 28640 la Corte di Cassazione ha affermato che, in tema di integrazione del contraddittorio in giudizi caratterizzati da litisconsorzio necessario, la violazione delle norme che disciplinano il procedimento di notificazione comporta nullità che, tuttavia, è sanabile attraverso la rinnovazione dell’atto di integrazione ai sensi dell’art. 291 c.p.c., con fissazione di un nuovo termine anch’esso perentorio, purché la notificazione precedente sia risultata nulla e non propriamente inesistente.

  • Con la sentenza 13.09.2011, n. 18698 la Corte di Cassazione ha precisato che l'illecito disciplinare ascrivibile al magistrato che pronunci reiteratamente i propri provvedimenti con grave ritardo può essere escluso unicamente in considerazione di casi di forza maggiore, quali l'eccezionale carico di lavoro, la disfunzione dell'ufficio di appartenenza o l'esercizio di una pluralità di funzioni, sempre che tali situazioni abbiano avuto incidenza causale sulla possibilità di depositare i provvedimenti senza ritardo. La Suprema Corte ha precisato, inoltre, che allorché il magistrato adduca quale causa di giustificazione la disorganizzazione dell'ufficio, quest'ultima non deve comunque essere a Lui imputabile.

  • La mancata informazione del promissario acquirente sull'esistenza di irregolarità urbanistiche non sanate che il mediatore aveva il dovere di conoscere, giustifica il mancato pagamento da parte del promissario stesso della provvigione spettante all'intermediario. E' il principio affermato dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 16618 del 16 luglio 2010, confermato dalla contestuale sentenza n. 16623 intervenuta in materia analoga.

  • Con la sentenza del 21.11.2011, n. 24444 la Corte di Cassazione, premesso che non vi è alcun obbligo per le parti di informare il mediatore della conclusione dell'affare e che il termine di prescrizione del diritto del mediatore ad ottenere la provvigione decorre dalla data del rogito notarile, ha confermato che nel caso in cui vi sia stato un comportamento doloso delle parti volto a nascondere al mediatore che l'affare si è concluso, il predetto termine di prescrizione decorre dalla data in cui il mediatore stesso ha avuto conoscenza dell'affare.  Nel caso di comportamento doloso delle parti, quindi,  il termine di prescrizione del diritto alla provvigione è sospeso ai sensi e per gli effetti dell'art. 2941, n. 8, c.c. perchè l'occultamento al mediatore dell'esistenza dell'obbligazione di debito dipende dalla condotta ingannatrice e fraudolenta tenuta dalle parti medesime, tale da comportare la più che ragionevole convinzione del mediatore che nessun affare è stato concluso e la esclusione di ogni altro suo sospetto che potesse indurlo a compiere una ispezione ai registri immobiliari.La Suprema Corte ha, infine, chiarito che la misura della provvigione spettante al mediatore per l'attività svolta nella conclusione dell'affare, anche se ciò non sia specificamente previsto in patti, in tariffe professionali o dagli usi, deve tenere conto (in particolare se si utilizza il criterio di commisurarla ad una percentuale di un dato montante) del reale valore dell'affare che può anche non coincidere con il prezzo indicato dalle parti in contratto.