Diritto processuale

  • In ottemperanza a quanto previsto dall'art. 14, comma 14 quater, della Legge 28 novembre 2005, n. 246 il decreto legislativo 13 dicembre 2010 n. 212 ha abrogato oltre 200.000 leggi dello stato.

  • Con la sentenza del 10.10.2011 n. 20802 la Corte di Cassazione ha statuito che la causa promossa nei confronti della società di persone e dei soci rientra tra le cause scindibili con la conseguenza che qualora l'impugnazione sia stata promossa nei confronti di uno solo degli obbligati, ovvero da uno solo di essi, non è necessario far luogo alla integrazione del contraddittorio, essendo sufficiente la sola litis denuntiatio ex art. 332 c.p.c., (la cui eventuale omissione non determina alcun effetto processuale qualora la pronuncia sia emessa una volta decorsi i termini per proporre appello).

  • Con la sentenza del 26.03.2012, n. 4842 la Corte di Cassazione ha ribadito che, nelle ipotesi in cui un primo tentativo di notifica per ragioni obiettivamente non imputabili al notificante, non sia andato a buon fine, il notificante medesimo possa di propria iniziativa e senza adire il giudice richiedere all'ufficiale giudiziario la ripresa del procedimento notificatorio che, se perfezionato entro un ragionevole tempo (necessario, secondo la comune diligenza, ad accertare il nuovo recapito della controparte) ancorché successivo alla scadenza del termine d'impugnazione, si considera utilmente attivato alla data della prima richiesta di notificazione.
    La Suprema Corte ha precisato che tale principio può essere applicato nel caso in cui, per esempio, la notifica non sia andata a buon fine a causa del comportamento tenuto da uno dei difensori: in particolare ricorrerebbe l'ipotesi in discussione qualora l'avvocato, pur avendo comunicato informalmente e fuori del processo l'avvenuto trasferimento di fatto del proprio studio professionale da un luogo all'altro, abbia tuttavia omesso di ribadirlo all'atto della successiva notificazione della sentenza e per di più abbia apposto sulla relativa copia, nella cui epigrafe continuava a figurare l'originaria elezione di domicilio, un timbro professionale ancora indicante quel recapito, omettendo altresì, come sarebbe stato anche suo dovere deontologico, di comunicare all'albo professionale detta variazione.

     

  • Con la sentenza del 04.05.2012, n. 6728 la Corte di Cassazione ha confermato il principio secondo cui il termine per proporre l'appello deve essere qualificato come termine a decorrenza successiva, con la conseguenza che, ove il dies ad quem del medesimo vada a scadere nella giornata di sabato, esso è prorogato di diritto al primo giorno seguente non festivo, ai sensi del novellatoart. 155 c.p.c., comma 4, ribadendo che tale regola è applicabile a tutti i giudizi proposti successivamente alla data del 1 marzo 2006.


     

  • Con la sentenza del 24.01.2012, n. 943 la Corte di Cassazione ha confermato il principio secondo cui l'atto pubblico fa piena prova, fino a querela di falso, della provenienza del documento dal pubblico ufficiale che lo ha formato nonché delle dichiarazioni delle parti e degli altri fatti che il pubblico ufficiale attesta avvenuti in sua presenza o da lui compiuti, ma non prova la veridicità e l'esattezza delle dichiarazioni rese dalle parti le quali, pertanto, possono essere contrastate ed accertate con tutti i mezzi di prova consentiti dalla legge, senza che occorra, o possa proporsi, querela di falso  e non si estende alle valutazioni né alle manifestazioni di scienza o di opinione in esso contenute.A tale convincimento la Suprema Corte è addivenuta considerando che la fede privilegiata riguarda la mera constatazione dei fatti, da parte del pubblico ufficiale, senza alcun margine di apprezzamento, mentre le mere valutazioni, le circostanze che il verbalizzante segnali di aver accertato per averle apprese de relato e le circostanze che il verbalizzante dichiari aver accertato nel corso dell'indagine per averle apprese a seguito di ispezione di documenti costituiscono materiale che deve essere liberamente apprezzato dal giudice, il quale è libero di privilegiare una ricostruzione circostanziale a scapito di altre, scegliendo l'una piuttosto che l'altra fonte di prova.

  • La Corte di Cassazione con sentenza del 16 dicembre 2010, n. 25529, ha asserito che deve ritenersi viziato da illegittimità l'avviso di accertamento avente a fondamento la mera valutazione dello scostamento dei dati reali, come dichiarati dal contribuente, con i parametri statistici relativi alla media del settore di cui all'art. 3, comma 184 e 186 della legge n. 549 del 1995. Incombe, invero, sull'Amministrazione finanziaria, l'onere di suffragare la pretesa fiscale con elementi ed indizi, ulteriori rispetto al mero dato di discrepanza ut supra citato, a sostegno dell'inattendibilità delle dichiarazioni del contribuente.

  • Con sentenza n. 25617 del 17 dicembre 2010 la Corte di Cassazione ha evidenziato che la mancata allegazione all'avviso di accertamento degli atti ivi richiamati, nel regime vigente prima dell'emissione dello Statuto del contribuente, può avere rilevanza ai fini di inficiarne la legittimità solo se lo stesso dimostri che la conoscenza del relativo contenuto sia indispensabile ai fini di un congruo esercizio del diritto di difesa e che, comunque, l'atto non possa essere stato diversamente conoscibile. E', altresì, priva di fondamento l'eccezione di illegittimità dell'avviso di accertamento, per mancata enunciazione del tipo di accertamento utilizzato dall'ufficio che ha emanato l'atto impositivo, limitatosi, in motivazione, a richiamare genericamente l'art. 38 del D.P.R. n. 600 del 1973. La legittimità dell'atto de quo, invero, è legata unicamente alla congruità della motivazione, ovvero alla capacità della stessa di dare conto in maniera esauriente dei presupposti di legittimità dell'accertamento, non importando, la carenza di "etichettatura", alcun concreto pregiudizio al contribuente colpito dal provvedimento.

     

  • Con la sentenza del 31.01.2012, n. 1371 la Corte di Cassazione ha ribadito il principio già affermato dalle Sezioni Unite  con la pronuncia del 07 luglio 2010, n. 16037 secondo cui qualora in primo grado il giudice abbia distratto in favore dell'avvocato le spese processuali riconosciute alla parte vittoriosa che l'avvocato rappresenta, quest’ultimo non è contraddittore necessario nel giudizio di appello in cui viene impugnato il provvedimento di prime cure anche in punto spese, con la conseguenza che non può essere dichiarata nulla la sentenza d’appello pronunciata senza che il suddetto contraddittorio sia stato instaurato.

     

  • Con la sentenza del 11.10.2012 n. 17317 la Corte di Cassazione ha affermato che l'azione generale di arricchimento ingiustificato costituisce un'azione autonoma, per diversità di petitum e di causa petendi, rispetto alle azioni fondate su un titolo negoziale e ha natura complementare e sussidiaria, potendo essere esercitata solo quando manchi un titolo specifico sul quale possa essere fondato un diritto di credito. La Suprema Corte ha altresì precisato che la specificità del titolo dell'azione esclude che essa possa ritenersi proposta per implicito in una domanda fondata su altro titolo, nè può ritenersi consentito al Giudice sostituire la pretesa avanzata con la domanda di indennizzo per arricchimento senza causa.

  • Con sentenza del 4 aprile 2011 la Corte di Cassazione ha ribadito il principio sulla base del quale il vizio di carenza motivazione della sentenza del giudice di merito è configurabile "soltanto quando dall'esame del ragionamento svolto dal giudice del merito e quale risulta dalla sentenza stessa impugnata emerga la totale obliterazione di elementi che potrebbero condurre ad una diversa decisione ovvero quando è evincibile l'obiettiva deficienza, nel complesso della sentenza medesima, del procedimento logico che ha indotto il predetto giudice, sulla scorta degli elementi acquisiti, al suo convincimento, ma non già, invece, quando vi sia difformità rispetto alle attese ed alle deduzioni della parte ricorrente sul valore e sul significato attribuiti dal giudice di merito agli elementi delibati, poiché, in quest'ultimo caso, il motivo di ricorso si risolverebbe in un'inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e dei convincimenti dello stesso giudice di merito che tenderebbe all'ottenimento di una nuova pronuncia sul fatto, sicuramente estranea alla natura e alle finalità del giudizio di cassazione".

  • Con sentenza del 24 gennaio 2011 n. 1612 la Suprema Corte ha riaffermato che il quesito di diritto che, ai sensi dell'art. 366 bis c.p.c., la parte ha l'onere di formulare a pena d'inammissibilità nel ricorso per cassazione, deve consistere in una chiara sintesi logico- giuridica della questione sottoposta al vaglio del Giudice di legittimità, formulata in termini tali per cui dalla risposta, negativa od affermativa, che ad essa si dia, discenda in modo univoco l'accoglimento od il rigetto del gravame (cfr. Cass., Sez. Un., 28 settembre 2007, n. 20360; 30 ottobre 2008, n. 26020). La sua formulazione, pertanto, non può risolversi in una generica richiesta rivolta alla Corte di stabilire se sia stata violata una certa norma ma postula l'enunciazione, da parte del ricorrente, di un principio di diritto diverso da quello posto a base del provvedimento impugnato e, perciò, tale da implicare un ribaltamento della decisione assunta dal giudice di merito (cfr. Cass. Sez. 3^, 19 febbraio 2009, n. 4044). Il quesito, dovendo investire la ratio decidendi della sentenza impugnata e proporne una alternativa e di segno opposto, deve comprendere pertanto l'indicazione sia della regula juris adottata nel provvedimento impugnato, sia del diverso principio che il ricorrente assume corretto e che si sarebbe dovuto applicare in sostituzione del primo (cfr. Cass., Sez. lav., 26 novembre 2008, n. 28280; Cass. Sez. 3^, 30 settembre 2008, n. 24339).

  • Con la sentenza del 04.10.2011 n. 20310 la Corte di Cassazione ha confermato che il vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione denunciabile con ricorso per cassazione ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, si configura solo quando nel ragionamento del giudice di merito sia riscontrabile il mancato o insufficiente esame di punti decisivi della controversia, prospettati dalle parti o rilevabili d'ufficio, ovvero un insanabile contrasto tra le argomentazioni adottate, tale da non consentire l'identificazione del procedimento logico-giuridico posto a base della decisione.La Suprema Corte ha stabilito, di poi, che tali vizi non possono consistere nella difformità dell'apprezzamento dei fatti e delle prove dato dal giudice del merito rispetto a quello preteso dalla parte, spettando solo al giudice di merito individuare le fonti del proprio convincimento, valutare le prove, controllarne l'attendibilità e la concludenza, scegliere tra le risultanze istruttorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione, dare prevalenza all'uno o all'altro mezzo di prova, mentre alla Corte di Cassazione non è conferito il potere di riesaminare e valutare autonomamente il merito della causa, bensì solo quello di controllare, sotto il profilo logico e formale e della correttezza giuridica, l'esame e la valutazione compiuti dal giudice del merito, cui è riservato l'apprezzamento dei fatti.

  • Con la sentenza del 02.03.2012, n. 3305 la Corte di Cassazione ha precisato che nel giudizio di legittimità lo ius superveniens che abbia introdotto una nuova disciplina del rapporto controverso può applicarsi purchè pertinente rispetto alle questioni poste in ricorso, atteso che i principi generali dell'ordinamento in materia di processo per cassazione richiedono che il motivo di impugnazione con cui è investito, anche indirettamente, il tema coinvolto nella disciplina sopravvenuta, sia ammissibile secondo la disciplina sua propria. Ne consegue che - ove sia invocata la Legge n. 183 del 2010, art. 32, riguardo alle conseguenze economiche della nullità della clausola di apposizione del termine al contratto di lavoro - è necessario, affinché possa trovare applicazione lo ius superveniens, che i motivi del ricorso, purchè ammissibili, investano specificamente le conseguenze patrimoniali dell'accertata nullità del termine medesimo.

  • Con la sentenza del 06.07.2012, 11402 la Corte di Cassazione ha ribadito il principio secondo cuiil vizio di motivazione, sotto il profilo della omissione, insufficienza e contradditorietà della medesima, sussiste solo nel caso in cui, nel ragionamento del giudice di merito, siano rinvenibile tracce evidenti del mancato o insufficiente esame di punti decisivi della controversia, prospettati dalle parti o rilevabili d'ufficio, ovvero qualora esista un insanabile contrasto tra le argomentazioni complessivamente adottate, tale da non consentire l'identificazione del procedimento logico giuridico posto a base della decisione.

    Come ha chiarito la Suprema Corte le censure concernenti i vizi di motivazione devono, pertanto, indicare quali siano gli elementi di contraddittorietà o illogicità che rendano del tutto irrazionali le argomentazioni del giudice del merito e non si risolvano nella richiesta di una lettura delle risultanze processuali diversa da quella operata nella sentenza impugnata.

  • Le Sezioni Unite della Suprema Corte con sentenza n. 25982 del 22 dicembre 2010 hanno ribadito  che, in caso di inosservanza da parte della pubblica amministrazione nella sistemazione e manutenzione di aree o beni pubblici (delle regole tecniche, ovvero) dei comuni canoni di diligenza e prudenza, ricorre la giurisdizione del giudice ordinario in quanto anche la manutenzione di detti beni pubblici deve adeguarsi alle regole di comune prudenza e diligenza, prima fra tutte quelle del neminem laedere di cui all'art. 2043 c.c., in applicazione del quale la pubblica amministrazione è tenuta a far sì che il bene pubblico non sia fonte di danno per il privato (Cass. sez. un. 7442/2008; 22521/2006; 25036/2005). Non vale in tal caso invocare la giurisdizione esclusiva introdotta nella materia urbanistica dal D.Lgs. n. 80 del 1998, art. 34, (nel testo sostituito dalla L. n. 205 del 2000) perchè il dato normativo, ivi contenuto, rimanda ad attività che esprimano l'esercizio del potere amministrativo nella forma tipica degli atti o provvedimenti attraverso i quali si esterna l'attività amministrativa, ovvero attraverso comportamenti, che però devono pur sempre essere ancorati sia pure "mediatamente" all'esercizio di un potere amministrativo: sicchè, allorquando si tratti  di comportamenti (positivi ovvero omissivi) meramente materiali, che non risultino "espressione di una volontà provvedimentale" nè alla stessa comunque collegabili, detti comportamenti, pur se implicanti un uso del territorio, non sono riconducibili alla materia urbanistica

  • Con la sentenza del 18.01.2013, n. 1266 la Corte di Cassazione ha richiamato il consolidato orientamento giurisprudenziale secondo cui la consulenza tecnica d'ufficio costituisce un mezzo di ausilio per il giudice, volto alla più approfondita conoscenza dei fatti già provati dalle parti, la cui interpretazione richiede nozioni tecnico-scientifiche e non un mezzo di soccorso volto a sopperire all'inerzia delle parti.Secondo la Suprema Corte nel caso in cui il giudice ammettesse la consulenza d'ufficio volta ad acquisire documentazione che la parte avrebbe potuto produrre, verrebbe snaturata la funzione assegnata dal codice a tale istituto e si concreterebbe una violazione del giusto processo, presidiatodall'art. 111 Cost., sotto il profilo della posizione paritaria delle parti e della ragionevole durata.Con la sentenza in esame la Corte di Cassazione ha ribadito che in tema di consulenza contabile in materia condominiale è legittima la mancata ammissione di una consulenza tecnica d'ufficio allorché la stessa sia "richiesta non per evidenziare le singole poste contabili sulla scorta delle acquisizioni fatte ad iniziativa delle parti bensì per ricercare ed indicare i documenti ad esse astrattamente idonei", a nulla valendo in senso contrario il presunto consenso della controparte all'acquisizione documentale in sede di perizia, posto che detto consenso non può surrogare la valutazione propria del giudice del merito in ordine all'ammissibilità o meno della consulenza d'ufficio e che, ai sensidell'art. 198 cod. proc. civ., esso avrebbe potuto essere espresso solo con riferimento all'esame di documenti accessori, cioè utili a consentire una risposta più esauriente ed approfondita al quesito posto dal giudice (una volta ammessa la c.t.u.), ma non già a consentire la produzione di prove documentali concernenti fatti e situazioni poste direttamente a fondamento della domanda e delle eccezioni di merito.

  • Con la sentenza del 07.05.2012, n. 6857 la Corte di Cassazione ha affermato che i collegi delle Corti di appello sono soggetti al principio dell'immutabilità del collegio, il quale, però, in quanto inteso unicamente ad assicurare che i giudici che pronunciano la sentenza siano gli stessi che hanno assistito alla discussione della causa, trova applicazione dall'apertura della discussione fino alla deliberazione della decisione, con la conseguenza che non è configurabile alcuna nullità nel caso di mutamento della composizione del collegio nel corso dell'istruttoria.
    La Suprema Corte ha precisato, di poi ed ai sensi e per gli effetti degliartt. 276, 420 e 437 cod. proc. civ., che il principio della immodificabilità del collegio giudicante trova applicazione anche nel rito del lavoro, ma solo dal momento in cui inizia la discussione vera e propria, sicché solo la decisione della causa da parte di un collegio diverso da quello che ha assistito alla discussione può dare luogo a nullità della sentenza, non rilevando, invece, una diversa composizione del collegio che abbia assistito a precedenti udienze di trattazione.
    In particolare, il principio di immutabilità del giudice di cuiall'art. 276 c.p.c., secondo il quale alla decisione della causa possono partecipare solo i giudici che hanno assistito alla discussione, non si estende alle udienze svolte in precedenza, alle udienze di mero rinvio o, nel giudizio di appello, alle udienze di decisione sull'istanza di sospensione della provvisoria esecutorietà della sentenza impugnata.
  • Con la sentenza del 30.09.2011, n. 19985 la Corte di Cassazione ha affermato il principio secondo cui in presenza di una pronuncia della Corte di Giustizia Europea che abbia deciso il caso concreto, il giudice interno non può ignorare o svuotare di contenuto il decisum definitivo della Corte Europea, anche se si tratta di condanna dello Stato a titolo di equa soddisfazione di fronte alla quale lo Stato medesimo non ha altra scelta se non quella di pagare, come di fatto accade.La Suprema Corte ha comunque precisato che la decisione definitiva della Corte di Giustizia ha, nell'ambito interno e in relazione al procedimento, valore assimilabile al giudicato formale, ovvero vale solo per il procedimento in corso ma, in quanto tale, potrà avere ovvia ricaduta sulla situazione che in simile ipotesi il giudice è chiamato ad affrontare, in quanto presupposto logico-giuridico delle relative problematiche che quel giudice dovrà risolvere.

  • Con la sentenza del 02.07.2012, n. 11066 la Corte di Cassazione a Sezioni Unite, risolvendo il contrasto giurisprudenziale insorto, ha affermato che può essere considerato valido titolo esecutivo, ai sensi e per gli effetti dell'art. 474 c.p.c., anche la sentenza che contenga la condanna al pagamento di un credito non specificamente determinato purché il medesimo sia determinabile attraverso dati provenienti da fonti normative o comunque determinabile attraverso semplici calcoli aritmetici effettuati sulla scorta di dati desumibili da atti e documenti prodotti in causa e non contestati dall'altra parte.Le Sezioni Unite hanno, altresì, precisato che il giudice, ove la contestazione formulata da una delle parti circa la indeterminatezza del credito indicato nella sentenza, risulti generica o non sussista, deve invitare le parti a discutere la questione e ad integrare le proprie difese anche sul piano probatorio e non può, pertanto, dichiarare d'ufficio che al credito accertato nel provvedimento giurisdizionale fatto valere come titolo esecutivo mancano i tratti richiesti dall'art. 474 c.p.c.

  • La Corte di Cassazione a Sezioni Unite, con la recente sentenza n. 19596 del 2020 è arrivata ad affermare l’importante principio in materia processuale secondo il quale «nelle controversie soggette a mediazione obbligatoria ai sensi dell’art. 5, comma 1-bis, del d.lgs. n. 28 del 2010, i cui giudizi vengano introdotti con un decreto ingiuntivo, una volta instaurato il relativo giudizio di opposizione e decise le istanze di concessione o sospensione della provvisoria esecuzione del decreto, l’onere di promuovere la procedura di mediazione è a carico della parte opposta; ne consegue che, ove essa non si attivi, alla pronuncia di improcedibilità di cui al citato comma 1-bis conseguirà la revoca del decreto ingiuntivo».