Diritto del lavoro

  • Con la sentenza del 04.09.2012, n. 14833 la Corte di Cassazione ha confermato il principio secondo cui, in materia di licenziamento, l'onere di provare l'esistenza del requisito occupazionale che impedisce l'applicazione della disciplina generale dell’art. 18 della L n. 300 del 1970, grava sul datore di lavoro, con la conseguenza che ove quest’ultimo sia rimasto contumace in prime cure non potrà più fornire in appello la prova della insussistenza del requisito dimensionale essendo ormai decaduto dalla possibilità di provare la circostanza suddetta.

  • Con la sentenza n. 26023 del 14.10.2019, la Corte di Cassazione ha ribadito un suo precedente orientamento, enucleando che «nel caso di giusta causa o giustificato motivo soggettivo di licenziamento, i fatti addebitati devono rivestire il carattere di grave negazione degli elementi del rapporto di lavoro, ed in particolare dell'elemento fiduciario; la valutazione relativa alla sussistenza del conseguente impedimento alla prosecuzione del rapporto deve essere operata con riferimento non già ai fatti astrattamente considerati, bensì agli aspetti concreti afferenti alla natura e alla qualità del singolo rapporto, alla posizione delle parti, al grado di affidamento richiesto dalle specifiche mansioni del dipendente, nonchè alla portata soggettiva dei fatti stessi, ossia alle circostanze del suo verificarsi, ai motivi ed alla intensità dell'elemento intenzionale e di quello colposo e ad ogni altro aspetto correlato alla specifica connotazione del rapporto, fermo restando che, nell'ipotesi di dipendenti di istituti di credito, l'idoneità del comportamento contestato a ledere il rapporto fiduciario - rapporto che è più intenso nel settore bancario - deve essere valutata con particolare rigore ed a prescindere dalla sussistenza di un danno effettivo per il datore di lavoro. Il relativo accertamento costituisce apprezzamento di fatto, come tale riservato al giudice del merito ed incensurabile in sede di legittimità se sorretto da motivazione congrua ed immune da vizi (Cass. n. 1475/2004; conforme, fra altre: Cass. n. 6609/2003)»

  • Con la sentenza n. 10813 del 17 maggio 2011 la Corte di Cassazione ha stabilito che il diritto dei medici specializzandi dal 1983-84 al 1990-91 a vedersi riconosciuto il trattamento economico stabilito dalle Direttive del Consiglio CEE 82/76 e 93/16 è sottoposto a prescrizione decennale decorrente dall'entrata in vigore della legge 19 ottobre 1999 n. 370, avvenuta il giorno successivo alla sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale (giusta l'art. 13), cioè il 27 ottobre 1999. Tale momento costituisce quello in cui la condotta inadempiente dello Stato Italiano verso i partecipanti ai corsi di specializzazione prima di questa data  ha cessato di poter essere ragionevolmente intesa come tale con la conseguenza che, essendo divenuto l'obbligo risarcitorio apprezzabile come un effetto della condotta di inadempimento ormai definitivo, si deve ritenere che da tale pubblicazione sia iniziato il decorso della prescrizione ordinaria decennale ai sensidell'art. 2946 c.c. della pretesa risarcitoria, dapprima invece non iniziato perchè la condotta di inadempimento era apprezzabile come condotta permanente.

  • In allegato il pro-memoria attestante l'iter da seguire per agire in giudizio per il recupero del trattamento economico riferito al periodo della specializzazione.

  • La Commissione europea, con un parere motivato del 16.02.2011, ha sollecitato l'Italia a tener conto dell'esperienza professionale e dell'anzianità maturate dai medici in un altro Stato membro all'atto di determinare il loro inquadramento o le loro condizioni di lavoro (salario, grado, sviluppo della carriera) nel settore pubblico italiano. Secondo gli intendimenti comunitari, infatti, la condizione specifica prevista dal sistema italiano che impone la continuità del servizio per stabilire l'inquadramento di un medico rappresenterebbe una discriminazione indiretta dei lavoratori migranti i quali, di regola, quando si spostano dallo Stato membro di origine in un altro stato, terminano il loro rapporto di lavoro interrompendo la loro carriera.

     

  • Con la sentenza del 16.04.2012, n. 5959 la Corte di Cassazione ha condiviso l'orientamento giurisprudenziale secondo cui, nell'ambito del lavoro pubblico, nel caso di passaggio da una Amministrazione ad un'altra è assicurata, in assenza di speciali previsioni normative, la continuità giuridica del rapporto di lavoro e il mantenimento del trattamento economico, il quale, ove risulti superiore a quello spettante presso l'ente di destinazione, opera nell'ambito della regola del riassorbimento degli assegni ad personam attribuiti al fine di rispettare il divieto di reformatio in pejus del trattamento economico acquisito, in occasione dei miglioramenti di inquadramento e di trattamento economico riconosciuti per effetto del trasferimento.

    Come chiarito dalla Suprema Corte il criterio generale del riassorbimento opera in riferimento ai miglioramenti del trattamento economico complessivo dei dipendenti dell’Amministrazione di arrivo e non con riferimento a singole voci che compongono tale trattamento economico, in quanto solo il primo sistema di riassorbimento, oltre a non essere in contrasto con le disposizioni legislative di cui finora si è detto, è conforme al principio di cui all'art. 36 della Costituzione e, quindi, alle singole voci che compongono la retribuzione non può essere attribuito autonomo rilievo, a meno che ciò sia espressamente previsto dalla legge o dalla contrattazione collettiva.La Corte di Cassazione ha, di poi, precisato che l'art. 202 del D.P.R. n. 3 del 1957non è espressione di un principio generale, applicabile indistintamente a tutti i dipendenti pubblici, dovendosi interpretare la norma nel senso che la disciplina relativa all'assegno ad personam, utile ai fini pensionistici, attribuibile agli impiegati con stipendio superiore a quello spettante nella nuova posizione lavorativa, concerne esclusivamente i casi di passaggio di carriera presso la stessa Amministrazione statale o anche diversa amministrazione, purché statale e non anche i passaggi nell'ambito di Amministrazione non statale, ovvero tra una Amministrazione non statale e una Statale e viceversa.La norma in discussione mira, infatti, ad evitare che il mutamento di carriera nell'ambito dell'organizzazione burocratica dello Stato comporti, per gli interessati, un regresso nel trattamento economico raggiunto, ma di "regresso" può parlarsi soltanto confrontando posizioni omogenee nel contesto di un sistema burocratico unitario, entro il quale il "dipendente statale" si sposti con le modalità previste per il "passaggio" ad altra Amministrazione o ad altra carriera, compreso il caso dell'accesso per concorso, secondo le disposizioni statutarie e non è, dunque e come detto, ammessa una estensione di tale disposizione all'ipotesi di passaggio di dipendenti da una amministrazione non statale ad una statale o viceversa o all'ipotesi di passaggio di dipendenti tra amministrazioni non statali.

  • La Sezione Lavoro della Corte di Cassazione, con sentenza del 12 gennaio 2011, n. 548, ha affermato che ci si colloca al di fuori del diritto di sciopero quando il rifiuto di rendere la prestazione per una data unità di tempo non sia integrale, ma riguardi solo uno o più tra i compiti che il lavoratore è tenuto a svolgere. E' il caso del c.d. sciopero delle mansioni, comportamento costantemente ritenuto estraneo al concetto di sciopero e pertanto illegittimo dalla giurisprudenza: l'astensione pertanto non può essere qualificata sciopero e resta un mero inadempimento parziale della prestazione dovuta con la conseguenza che la sanzione disciplinare non è illegittima ed il comportamento datoriale non è antisindacale (nel caso di specie il rifiuto di effettuare la sostituzione del collega assente, è stato ritenuto "rifiuto di esecuzione di una parte delle mansioni, legittimamente richiedibili al lavoratore" tale da non costituire esercizio del diritto di sciopero", con la conseguenza che si è esclusa l'antisindacalità della scelta datoriale di applicare una sanzione disciplinare).

  • Con la sentenza n. 29099 dell’ 11.11.2019, la Corte di Cassazione ha enucleato che «con riferimento all'onere di repechage, in caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo a causa della soppressione del posto cui era addetto il lavoratore, il datore ha l'onere di provare non solo che al momento del licenziamento non sussistesse alcuna posizione di lavoro analoga a quella soppressa per l'espletamento di mansioni equivalenti, ma anche, in attuazione del principio di correttezza e buona fede, di aver prospettato al dipendente, senza ottenerne il consenso, la possibilità di un reimpiego in mansioni inferiori rientranti nel suo bagaglio professionale; l'art. 2103 c.c., deve, infatti, essere interpretato alla stregua del bilanciamento del diritto del datore di lavoro a perseguire un'organizzazione aziendale produttiva ed efficiente e di quello del lavoratore al mantenimento del posto».

  • Con la sentenza dell’08.11.2011, n. 23240 la Corte di Cassazione ha confermato l’orientamento giurisprudenziale secondo cui la cosiddetta perdita di chance non costituisce una mera aspettativa di fatto ma un’entità patrimoniale a sé stante giuridicamente ed economicamente suscettibile di autonoma valutazione posto che la stessa deve intendersi come la concreta ed effettiva occasione favorevole di conseguire un determinato risultato.La Suprema Corte ha, altresì, confermato il principio secondo cui il danneggiato che agisce per il risarcimento del danno da perdita di chance ha l'onere di provare, anche solo in modo presuntivo o secondo un calcolo di probabilità, la realizzazione in concreto di alcuni dei presupposti per il raggiungimento del risultato sperato ed impedito dalla condotta illecita della quale il danno risarcibile deve essere conseguenza immediata e diretta.

  • Con la sentenza del 29.12.2011 n. 29579 la Corte di Cassazione ha precisato che la somma corrisposta a titolo di risarcimento del danno da perdita di chances non ha natura reddituale e, pertanto, non costituisce una ricchezza imponibile. La Suprema Corte ha, infatti, ribadito il consolidato principio secondo cui la perdita di chances, che nel caso in esame consiste nella privazione della possibilità di sviluppi o progressioni nell’attività lavorativa, costituisce un danno patrimoniale risarcibile qualora sussista un pregiudizio certo consistente non in un lucro cessante bensì nel danno emergente da perdita di una possibilità attuale.

  • La Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, con sentenza del 2 agosto 2010, n. 17970, ha ribadito che le valutazioni circa la legittimità del patto di prova e, con esso, dell'individuazione specifica delle mansioni del lavoratore seguono diversi criteri nelle ipotesi in cui ci si trovi di fronte ad un rapporto di pubblico impiego ovvero privato. Nel primo caso tutte le assunzioni sono soggette ex lege all'esito positivo di un periodo di prova, indipendentemente dall'inserimento di uno specifico patto nel contratto di lavoro.

  • Con sentenza del 16 dicembre 2010 n. 8948 il Consiglio di Stato, intervenuto in tema di compensi incentivanti la produttività per il comparto degli enti locali di cui al D.P.R. n. 13 del 1986, ha asserito che la corresponsione del premio è subordinata al raggiungimento di un obiettivo programmato, sulla base di parametri a carattere oggettivo, quali il tempo, il livello di professionalità, la capacità di iniziativa e l'impegno partecipativo alla realizzazione del progetto da parte del dipendente pubblico. La concretezza dell'obiettivo costituisce, pertanto, fattore determinante ai fini del riconoscimento del citato premio, di talché la maggiorazione dell'incentivazione (diversamente dal compenso ordinario incentivante) è subordinata all'inserimento del dipendente in progetti di carattere strumentale e di risultato, miranti ad incrementare la produttività e l'efficacia dell'azione amministrativa per obiettivi qualitativi e quantitativi programmati. E' onere del dipendente, che intenda vedersi riconosciuto il diritto alla corresponsione di siffatto compenso, dimostrare che il progetto-obiettivo in cui è stato impegnato rientra tra quelli predeterminati dall'Amministrazione.

  • La Suprema Corte a Sezioni Unite, con la sentenza n. 1875 del 27 gennaio 2011, ha ribadito che ai fini della individuazione del giudice destinato a conoscere le cause di risarcimento danni da lesioni patite dal pubblico dipendente prima del 30/6/1998deve affermarsi la giurisdizione del giudice ordinario qualora sia stata addebitata all'Amministrazione una condotta la cui capacità lesiva possa indifferentemente esplicarsi sia nei confronti dei dipendenti che degli estranei, mentre deve essere affermata la giurisdizione del giudice amministrativo nel caso in cui sia stata denunciata una condotta tale da escluderne qualsiasi rilevanza nei confronti dei soggetti non legati all'Amministrazione da un rapporto di pubblico impiego.

  • Con la sentenza n. 19925 del 23.07.2019, la Corte di Cassazione ha enucleato che «ai sensi dell'articolo 18, comma 2, del decreto legge n. 112 del 2008, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 133 del 2008, le società a partecipazione pubblica devono procedere alle assunzioni mediante procedure selettive nel rispetto dei principi che sottendono la regola del concorso pubblico ex articolo 97 della Costituzione. Ne consegue che l'omesso esperimento delle suddette procedure determina la nullità del contratto a tempo determinato, ai sensi dell'articolo 1418, comma 1 del codice civile, e lo stesso non può essere convertito in rapporto a tempo indeterminato».

  • Con Circolare n. 14/2010 del 23.12.2010 interviene il Dipartimento della Funzione Pubblica in tema di infrazioni e sanzioni disciplinari e procedimento disciplinare, in via di interpretazione di quanto disposto dal decreto legislativo n. 150/2009 (decreto Brunetta). Effettuate importanti precisazioni in tema di pubblicazione del Codice Disciplinare, titolarità dell'azione disciplinare, irrogazione delle sanzioni disciplinari a carico dei dirigenti, ripresa e riapertura del procedimento disciplinare a seguito di sentenza di condanna.

  •  
    Con la sentenza del 15.05.2012, n. 7510 la Corte di Cassazione, ha affermato i seguenti principi:
    1. spetta alla giurisdizione generale di legittimità del giudice amministrativo la controversia nella quale la contestazione - pur richiedendosi, in concreto, la rimozione del provvedimento di conferimento di un incarico dirigenziale (e del relativo contratto di lavoro), previa disapplicazione degli atti presupposti - investa direttamente il corretto esercizio del potere amministrativo mediante la deduzione della non conformità a legge degli atti organizzativi, attraverso i quali le amministrazioni pubbliche definiscono le linee fondamentali di organizzazione degli uffici e i modi di conferimento della titolarità degli stessi, mentre appartiene alla giurisdizione del giudice ordinario la contestazione che investa esclusivamente i singoli atti di conferimento degli incarichi, che pur evidenziando nel loro insieme l'intenzione dell'amministrazione di adottare una decisione di ordine generale non rinvengano in un atto autonomo la concreta scelta dell'amministrazione di esercizio del potere generale di indirizzo e organizzazione degli uffici. Conseguentemente la giurisdizione del giudice ordinario sussisterà nell'ipotesi in cui la P.A. si sia limitata a conferire, a soggetti esterni, dei nuovi incarichi dirigenziali e a deliberare la cessazione di quelli interni in atto, senza, tuttavia, che tali provvedimenti abbiano trovato la loro fonte in una scelta organizzativa di esternalizzazione;
    2. la previsione delD.Lgs. n. 165 del 2001, art.63, - che conferma la sussistenza della giurisdizione del giudice ordinario anche "se vengono in questione atti amministrativi presupposti e quando questi ultimi siano rilevanti ai fini della decisione", giacché in tal caso il giudice li disapplica ove illegittimi - ricomprende anche il caso in cui l'amministrazione revochi anticipatamente, fuori dalle ipotesi tipizzate dalla legge e dalla contrattazione collettiva, l'incarico dirigenziale a tempo determinato attribuito al lavoratore, venendo in considerazione un atto di gestione del rapporto di lavoro rispetto al quale l'amministrazione opera "con la capacità ed i poteri del privato datore di lavoro", senza che assuma rilievo, ove ne sia contestata solo l'incidenza mediata sulla naturale prosecuzione del rapporto, che la revoca consegua alla delibera della giunta comunale di soppressione del settore cui il dipendente era preposto, la quale può essere disapplicata dall'autorità giudiziaria se illegittima;
    3. tutti gli atti di gestione del rapporto di lavoro del segretario comunale, compresi quelli posti in essere dalla Amministrazione locale nell'ambito del rapporto organico o di servizio a tempo determinato con la stessa instaurata (il quale si inserisce all'interno e nell'ambito del rapporto di impiego con l'Agenzia autonoma per la gestione dell'albo dei segretari comunali e provinciali), rappresentano manifestazione dei poteri propri del privato datore di lavoro e corrispondono ugualmente al regime privatistico le situazioni soggettive in cui sono fissate le vicende del suddetto rapporto funzionale con l'Amministrazione locale (tra cui la revoca dell'incarico disposta dal sindaco ai sensi dellaL. 15 maggio 1997, n. 127, art.17, comma 62) con la conseguenza che  la controversia nella quale si deduce la lesione delle suddette situazioni soggettive derivante da uno di tali atti appartiene alla giurisdizione del giudice ordinario;
    4. attesa l'ampia portata della normativa (D.Lgs. n. 165 del 2001, art.63, comma 1) che, salvo tassative eccezioni, attribuisce ai giudici ordinari la cognizione di tutte le controversie relative ai rapporti di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni, sussiste la giurisdizione del giudice ordinario sulle controversie relative sia al rapporto di impiego intercorrente tra il segretario comunale e l'Agenzia autonoma per la gestione dell'albo dei segretari comunali e provinciali, sia al rapporto organico, intercorrente tra il segretario e l'ente locale, e, quindi, anche per le controversie aventi ad oggetto l'anticipata collocazione del segretario in posizione di disponibilità, ai sensi delD.P.R. n. 465 del 1997, art.19, comma 1, presso la suddetta Agenzia per la gestione dell'albo;
    5. le controversie concernenti il rapporto di impiego dei segretari comunali e provinciali sono devolute alla giurisdizione del giudice ordinario, eccezion fatta per quelle riguardanti le procedure concorsuali di assunzione, tra le quali rientrano anche i concorsi destinati a consentire l'inquadramento in aree funzionali o categorie più elevate.


     

  • Con la sentenza dell'08.01.2013, n. 206 la Corte di Cassazione ha precisato che, in materia di pubblico impiego, mentre l'assoluzione o proscioglimento con la formula "perchè il fatto non sussiste" o "perchè l'imputato non lo ha commesso", presupponendo un accertamento che esclude in radice la configurabilità di ogni responsabilità del soggetto imputato in relazione al fatto ascritto, giustificano senz'altro la preclusione alla valutazione in sede disciplinare del medesimo fatto, nel caso di assoluzione o proscioglimento "perchè il fatto non costituisce illecito penale" non è esclusa la materialità del fatto né la sua riferibilità al dipendente pubblico ma solo la sua rilevanza penale (per es. per mancanza dell'elemento soggettivo doloso, o per il ricorrere di una causa di giustificazione). In tale ultimo caso, pertanto, non sussiste alcuna qualificata ragione per sottrarre il dipendente pubblico che sia stato assolto o prosciolto con la formula ora richiamata, alla valutazione disciplinare del fatto diversamente risultandone pregiudicate le esigenze di buon andamento ed imparzialità della pubblica amministrazione nonché lo stesso principio di uguaglianza. 

  • Con la sentenza del 12.10.2011, n. 20980 la Corte di Cassazione ha precisato che in tema di trasferimento del personale degli enti locali nel ruolo del personale ATA, atteso il divieto (imposto dalla direttiva 77/187/CEE) di collocazione dei lavoratori, per il solo fatto del trasferimento, in una posizione meno favorevole, il giudice deve valutare se all'atto del trasferimento si sia verificato un peggioramento della condizione retributiva globalmente attribuita al lavoratore rispetto a quella goduta immediatamente prima del trasferimento stesso. La Suprema Corte ha altresì precisato che il decidente deve tenere conto anche di eventuali effetti negativi sul trattamento di fine rapporto e sulla posizione previdenziale, senza che assumano rilievo, invece, eventuali disparità con i lavoratori che, a tale data, erano già in servizio presso il cessionario.

  • Con la sentenza del 15.12.2011 n. 27041 la Corte di Cassazione ha affermato che la nuova disciplina in materia di cumulo tra pensione e reddito da lavoro, dettata dall’art. 72 della L. n. 388 del 2000 e dall’art. 44 della L. n. 289 del 2002, in forza della quale le pensioni di anzianità sono state ritenute interamente cumulabili con i redditi da lavoro autonomo o da lavoro dipendente, purché il lavoratore abbia una determinata anzianità contributiva, non si estende anche al settore del pubblico impiego, per il quale continua a trovare applicazione il regime di non cumulabilità già fissato dall’art. 4 del D.P.R. n. 758 del 1965. La Suprema Corte ha altresì precisato che l'art.1, comma 185, dellalegge n. 662 del 1996, il quale consente il conseguimento del trattamento pensionistico di anzianità in costanza di rapporto di lavoro di pubblico impiego, seppure trasformato in part-time, con lo stesso datore di lavoro, ha di certo natura eccezionale rispetto alla normativa successiva generale di cui all'art.72 dellalegge n. 388 del 2000 e all'art.44 dellalegge n. 289 del 2002 che ha abolito il divieto di cumulo tra pensioni e redditi di lavoro, ma che comunque ha mantenuto fermo il principio della necessità di interruzione del rapporto lavorativo, con la conseguente intangibilità di tale disciplina speciale ad opera di una norma successiva e generale.

  • Con la sentenza del 31.01.2013, n. 2281 la Corte di Cassazione ha chiarito che i termini di “trasferimento o conferimento di attività” utilizzati dall'art. 31 delD.Lgs. n. 165 del 2001, ai fini dell'applicazionedell'art. 2112 cod. civ., esprimono, attraverso la loro ampia valenza semantica, la volontà del legislatore di comprendere nello spettro applicativo della disposizione in commento ogni vicenda traslativa riguardante una attività svolta dal soggetto pubblico, per cui non è richiesta o presupposta alcuna cessione d'azienda bastando il più semplice trasferimento di un'attività svolta fino a quel determinato momento da un soggetto pubblico, indipendentemente dal tipo di strumento tecnico adoperato nella vicenda amministrativa di trasferimento o conferimento, il tutto nell'ottica di una tutela giuslavoristica dei dipendenti pubblici addetti all'attività trasferita.