Diritto del lavoro

  • Con la sentenza del 15.03.2012 n. 4149, la Corte di Cassazione ha affermato che, in materia di contratto di agenzia, a seguito della sentenza della Corte di Giustizia delle Comunità Europee del 23 marzo 2006 interpretativa degli artt. 17 e 19 della direttiva 86/653, ai fini della quantificazione dell’indennità di cessazione del rapporto spettante all’agente nel regime precedente all’accordo collettivo del 26 febbraio 2002 che ha introdotto l’indennità meritocratica, ove l’agente provi di aver procurato nuovi clienti al preponente o di aver sviluppato gli affari con i clienti esistenti ai sensi dell’art. 1751, I comma, c.c., è necessario verificare se l’indennità determinata secondo l’accordo collettivo previgente sia equa e compensativa del particolare merito dimostrato, dovendosi, in difetto, riconoscere la differenza necessaria per ricondurla ad equità.

  • Con la sentenza del 14.03.2012 n. 4042 la Corte di Cassazione ha affermato che l’indennità di cessazione del rapporto di agenzia, prevista dall’art. 1751 c.c., svolge la duplice funzione di risarcimento del danno subito dall’agente a seguito della cessazione del rapporto e di pagamento di un corrispettivo per l’incremento patrimoniale apportato dall’agente all’azienda del preponente.La Suprema Corte ha precisato, altresì, che la corresponsione dell’indennità non priva l’agente del diritto al risarcimento di eventuali danni ulteriori derivanti da fatto illecito contrattuale o extracontrattuale quali, a titolo di esempio, quelli riconducibili alla violazione dei doveri informativi, al mancato pagamento delle provvigioni maturate, ad episodi di denigrazione personale ed alla ingiuriosità del recesso del preponente.

  • Analogamente a quanto previsto nei rapporti di lavoro privi di stabilità, ove non ricorrano ipotesi di giusta causa, la parte che recede dal contratto di agenzia deve darne preavviso nel termine stabilito (art. 1750 c.c.). La Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, con sentenza del 15.10.2010 n. 21279,  ha dato atto che il codice non prevede più che il preavviso possa essere sostituito da una corrispondente indennità, come nel testo originario dell'art. 1750. Da ciò ha dedotto che in caso di mancato preavviso sia dovuto il risarcimento del danno derivante appunto dalla sua omissione. Analogamente a quanto si ritiene nell'ambito del lavoro subordinato, in mancanza di stabilità reale o obbligatoria del rapporto, prosegue la Suprema Corte, in linea di massima deve escludersi la configurabilità di ulteriori danni risarcibili, poichè la risoluzione del rapporto costituisce esplicazione di un diritto potestativo delle parti e, nel lavoro subordinato,  il diritto al risarcimento di un danno diverso da quello inerente alla omissione del preavviso è configurato soprattutto nelle ipotesi del cd. licenziamento ingiurioso, cioé attuato con modalità caratterizzate da un'illiceità diversa dalla sola mancanza della giusta causa.

  • Con la sentenza n. 26614 del 18.10.2019 la Corte di Cassazione ha enucleato che «Ai sensi degli artt. 2087 c.c. e 7 del d.lgs. n. 626 del 1994, che disciplina l'affidamento di lavori in appalto all'interno dell'azienda, il committente, nella cui disponibilità permanga l'ambiente di lavoro, è obbligato ad adottare tutte le misure necessarie a tutelare l'integrità e la salute dei lavoratori, ancorché dipendenti dell'impresa appaltatrice, e che consistono nel fornire adeguata informazione ai singoli lavoratori circa le situazioni di rischio, nel predisporre quanto necessario a garantire la sicurezza degli impianti di protezione e prevenzione dei rischi connessi sia al luogo di lavoro sia all'attività appaltata».

  • La Suprema Corte con sentenza n. 23489 del 19 novembre 2010 ha affermato ancora il principio che la dichiarazione di fallimento dell'appaltatore non rende improcedibile l'azione proposta dai lavoratori nei confronti del committente a norma dell'art. 1676 c.c. La risposta negativa (che non ha soddisfatto in dottrina chi in questa soluzione ha visto una ingiustificata lesione dei principi regolanti il concorso dei creditori dell'appaltatore fallito) è basata sul rilievo che, come confermato dalla sua origine storica, la norma di legge ha proprio lo scopo di offrire ai lavoratori che hanno prestato il loro lavoro per l'esecuzione in appalto di un'opera o di un servizio una garanzia - in correlazione al vantaggio rappresentato per il committente dall'esecuzione dell'appalto - per il soddisfacimento della retribuzione dovuta loro per tale prestazione, in relazione all'ipotesi di inadempimento del datore di lavoro, e che tra le cause di un simile inadempimento non può escludersi l'insolvenza dello stesso, che rappresenta la più tipica delle cause di inadempimento.

  • Approvato definitivamente il 7 dicembre 2010 al Senato ed ora in attesa della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale il testo della Legge di stabilità, vertente in materia di disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato.

  • Con sentenza del 24 gennaio 2011 n. 1613 la Suprema Corte ha affermato che la diversità dei requisiti cui è subordinata l'attribuzione dell'assegno divorzile, rispetto a quelli prescrittidall'art. 156 c.c., per l'assegno di mantenimento, non esclude la possibilità di tener conto dell'assetto economico stabilito all'atto della separazione, quale utile elemento di valutazione nel contesto degli ulteriori elementi presuntivi eventualmente emersi, i quali possono costituire oggetto di apprezzamento in favore della parte istante anche in assenza di prova da parte di quest'ultima della sussistenza delle condizioni richieste per l'attribuzione dell'assegno, in virtù del principio di acquisizione operante nel vigente ordinamento processuale, in base al quale le risultanze istruttorie comunque acquisite concorrono alla formazione del convincimento del giudice.

  • Con la sentenza del 29.08.2011 n. 17720 la Corte di Cassazione ha affermato che  nell'ipotesi di rapporto di lavoro instaurato con un lavoratore invalido assunto ai sensi della Legge n. 482/1968, le assenze dovute a malattia collegate con lo stato di invalidità non possono essere computate nel periodo di comporto, ai fini della conservazione del posto di lavoro, se l'invalido sia stato destinato a mansioni incompatibili con le sue condizioni fisiche, derivando in tal caso l'impossibilità della prestazione dalla violazione da parte del datore di lavoro dell'obbligo di tutelare l'integrità fisica del lavoratore.

  • Con la sentenza del 21.11.2011, n. 24619 la Corte di Cassazione ha ribadito che, per distinguere il contratto di associazione in partecipazione con apporto di prestazione lavorativa da parte dell'associato dal contratto di lavoro subordinato con retribuzione collegata agli utili dell'impresa, il Giudice dovrà tenere conto che mentre il primo implica l'obbligo del rendiconto periodico dell'associante e l'esistenza per l'associato di un rischio di impresa (non immutabile dall'associante e non limitato alla perdita della retribuzione con salvezza del diritto alla retribuzione minima proporzionata alla quantità ed alla qualità del lavoro), il rapporto di lavoro subordinato implica un effettivo vincolo di subordinazione, più ampio del generico potere dell'associante d'impartire direttive ed istruzioni al cointeressato.Il Giudice, pertanto, dovrà valutare complessivamente e comparativamente l'assetto negoziale voluto dalle parti confrontandolo con quello in concreto posto in essere e, ove a seguito dell'accertamento espletato risulti che la prestazione lavorativa è inserita stabilmente nel contesto dell'organizzazione aziendale, senza partecipazione al rischio d'impresa e senza ingerenza nella gestione dell'impresa stessa, riconoscerà l'esistenza di un rapporto di lavoro subordinato in ragione di un generale favore accordato dall'art. 35 della Costituzione che tutela il lavoro "in tutte le sue forme ed applicazioni".La Suprema Corte ha, infine, ribadito che la subordinazione può manifestarsi in vari modi, anche implicitamente nelle direttive programmatiche coincidenti con la stessa struttura aziendale (e quindi non necessariamente in espressi e continui ordini e controlli del datore di lavoro), confermando che quando l'elemento dell'assoggettamento del lavoratore alle direttive altrui non sia agevolmente apprezzabile a causa della peculiarità delle mansioni e del relativo atteggiarsi del rapporto, occorre fare riferimento a criteri complementari e sussidiari (come quelli della collaborazione, della continuità delle prestazioni, dell'osservanza di un orario determinato, del versamento a cadenze fisse di una retribuzione prestabilita, del coordinamento dell'attività lavorativa all'assetto organizzativo dato dal datore di lavoro, dell'assenza in capo al lavoratore di una sia pur minima struttura imprenditoriale) e che nel caso in cui la prestazione dedotta in contratto sia estremamente elementare, ripetitiva e predeterminata nelle sue modalità di esecuzione occorre far ricorso ad ulteriori criteri distintivi (quali la continuità e la durata del rapporto, le modalità di erogazione del compenso, la regolamentazione dell'orario di lavoro, la presenza di una pur minima organizzazione imprenditoriale e la sussistenza di un effettivo potere di autorganizzazione in capo al prestatore).

  • La Corte di Cassazione con ordinanza n. 27729 del 29.10.2019 ha respinto i motivi di ricorso, ritenendo che «la Corte di merito abbia correttamente disapplicato la normativa secondaria in tema di minimi staturali rilevandone la irragionevolezza avuto riguardo alla funzionalità del requisito prescritto in riferimento alle concrete mansioni di Capo Servizio Treno. Ha richiamato, in particolare, i principi in tema di non discriminazione e imparzialità nell'ambito del diritto pubblico e, nell'ambito del diritto privato, la necessità di conformare la condotta al criterio di correttezza e buona fede, nello specifico insussistente per la rilevata irragionevolezza della prescrizione relativa al requisito minimo statutario».

  • Approvato definitivamente alla Camere in data 19.10.2010 il disegno di legge "delega al governo in materia di lavori usuranti e di riorganizzazione di enti, misure contro il lavoro sommerso e norme in tema di lavoro pubblico e di controversie di lavoro". Sostanziali interventi legislativi in materia di lavoro sommerso, facoltizzazione del tentativo di conciliazione, impugnativa dei licenziamenti, recesso da contratto a termine e contratto di collaborazione, passaggi di azienda.

     

  • La Commissione Affari Costituzionali approva un emendamento all'articolo 32 del Collegato lavoro che rinvia l'efficacia delle disposizioni di cui al novellato art. 6 della legge n. 604/1966 al 31 dicembre 2011. Tale emendamento  consentirebbe la riapertura dei termini di impugnazione dei contratti a termine fissati dal testo originario della legge al 23 gennaio 2010.

  • E' stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale numero 262 del 9 novembre 2010 il testo definitivo della Legge 4 novembre 2010, n. 183 (c.d. "Collegato lavoro").

  • La Corte di Cassazione Sezione Lavoro, con sentenza del 28 gennaio 2011, n. 2112, ha dichiarato la rilevanza e non manifesta infondatezza delle questioni di legittimità costituzionale dell'art.  32, commi 5 e 6, Legge 4 novembre 2010, n. 183, sollevate con riferimento agli articoli 3, 4, 24, 111 e 117 Cost., ordinando la sospensione del giudizio a quo e la trasmissione degli atti alla Corte costituzionale.

  • Il Tribunale di Trani, con ordinanza del 20 dicembre 2010, ha sollevato questione di costituzionalità dei commi da 5 a 7 dell’articolo 32 della legge n. 183/2010 (cd. collegato lavoro) per violazione degli art. 3, 11, 24, 101, 102, 111 e 117 della Costituzione. Le motivazioni addotte dal giudice di merito attengono all'iniqua forfetizzazione del danno prevista dall'articolo in questione nonché alla retroattività dell'efficacia del termine di decadenza ivi previsto che comporterebbe la perdita in capo ai lavoratori di un diritto preesistente al'entrata in vigore della legge.

  • La Corte di Cassazione a Sezioni Unite, con sentenza 8-10 giugno 2010, n. 14893, ha enunciato il principio sulla base del quale le valutazioni tecniche delle commissioni esaminatrici dei concorsi pubblici possono essere soggette al sindacato giurisdizionale del giudice amministrativo per l'ipotesi in cui risultino affette da illogicità manifesta o travisamento del fatto o irragionevolezza evidente o grave.

  • Il T.A.R. Lazio, con sentenza del 31 gennaio 2011, n. 879 ha affermato che i criteri di valutazione delle prove scritte previste nel concorso per uditore giudiziario non necessitano di particolare illustrazione essendo sostanzialmente in re ipsa, a differenza di quanto accade in relazione ad altre procedure concorsuali, come le gare di appalto, specie quelle aggiudicate con il criterio dell'offerta economicamente più vantaggiosa, in cui l'intensità della discrezionalità tecnica dell'Amministrazione è palesata anche dalla variabilità degli elementi da valutare, con la conseguente necessità di precisare e puntualizzare gli stessi. Ne deriva, pertanto, che, di certo, non può ritenersi che la Commissione del predetto concorso sia venuta meno all'obbligo di predeterminare tali criteri, laddove, in realtà, (come verificatosi nel caso di specie) risulti che la stessa aveva individuato i criteri generali di valutazione, contenenti indicazioni di massima sulle caratteristiche che l'elaborato doveva possedere per poter essere considerato idoneo.

  • La più recente giurisprudenza della Corte di Cassazione appare unanime nel ritenere che, nel sistema del lavoro pubblico contrattualizzato, al bando di concorso per l'assunzione, diretto a dare attuazione alla decisione (di per s'è non impegnativa nei confronti dei terzi) di far fronte al fabbisogno attuale di personale dipendente, vada riconosciuta duplice natura giuridica: di provvedimento amministrativo nella parte in cui concreta un atto del procedimento di evidenza pubblica, del quale regola il successivo svolgimento; di atto negoziale negli aspetti sostanziali, in quanto concreta proposta al pubblico, condizionata negli effetti all'espletamento del procedimento concorsuale e all'approvazione della graduatoria.

    E' da ritenenrsi che anche l'approvazione della graduatoria presenti questa duplicità di natura giuridica: provvedimento terminale del procedimento concorsuale e atto negoziale di individuazione del futuro contraente. Dall'approvazione della graduatoria discende, quindi, il diritto all'assunzione del partecipante collocato in posizione utile della graduatoria, cui corrisponde l'obbligo di adempimento dell'amministrazione assoggettato al regime di cuiall'art 1218 c.c. anche con riferimento al diritto al risarcimento in caso di inadempimento(in tal senso si vedano Cass. S.U. 16 aprile 2007, n. 8951; Cass. 20 gennaio 2009, n. 1399; Cass. S.U. 4 novembre 2009, n. 23327).

    Considerata come provvedimento amministrativo deve escludersi, peraltro, che l'approvazione della graduatoria possa porsi in contraddizione con la delibera di indizione e con il bando (lex specialis del concorso), negando addirittura l'interesse pubblico primario perseguito con l'apertura del procedimento e trasformando il concorso indetto per la copertura di determinati posti in mera verifica di idoneità professionale di personale da assumere solo in relazione a fabbisogni futuri e incerti.

    Il potere di approvare la graduatoria, infatti, è conferito all'amministrazione dal bando esclusivamente in funzione del controllo della regolarità e della verifica dell'esito della procedura e, diversamente argomentando, l'Amministrazione opererebbe con un difetto assoluto del potere di eliminare sostanzialmente gli effetti tipici del bando e del procedimento, configurando la figura processuale della carenza di potere accolta dal legislatore nell'attuale formulazione della L. 7 agosto 1990, n. 241, art. 21 - septies, comma 1. 

    Ancora precisato che, valutato il profilo della natura negoziale dell'atto con il quale la graduatoria è approvata, la Suprema Corte ha costantemente ritenuto che la clausola di riserva all'amministrazione della facoltà di non procedere all'assunzione andrebbe comunque dichiarata nulla ai sensi dell'art. 1355 c.c. (essendo da considerarsi condizione meramente potestativa siccome subordinerebbe l'obbligo di assunzione alla mera volontà dell'amministrazione medesima), il potere di revoca resta  attribuito dalla legge esclusivamene per sopravvenuti motivi di pubblico interesse ovvero nel caso di mutamento della situazione di fatto o di nuova valutazione dell'interesse pubblico originario  (L. n. 241 del 1990, art.2 - quinquies), in ogni caso da negarsi la possibilità di una revoca implicita della delibera di indizione del concorso.

    La Corte di Cassazione ha, infatti, negato in radice che possa efficacemente esercitarsi il potere di revoca, con eliminazione, sia pure ex nunc, del diritto soggettivo costituito dal provvedimento revocato, mediante un atto implicito in altri e senza i requisiti minimi di forma prescritti dalla legge, da tempo risalente peraltro costituendo ius receptum il principio secondo cui, quando non sia soltanto viziata, ma manchi del tutto la forma prevista dalla legge per il provvedimento, non è riconoscibile in concreto l'esercizio di potere autoritativo (si veda, di recente, Cass. S.u. 13659/2006).

  • Il Consiglio di Stato con la sentenza n. 1408 del 4 marzo 2011 ha asserito che il candidato di un pubblico concorso che risulti leso da un dato provvedimento della Commissione esaminatrice può impugnarlo unitamente all'atto di nomina dei componenti di quest'ultima, in quanto detta nomina ha natura endoprocedimentale ed è adottata in esito ad uno specifico sub-procedimento, volto a consentire che i candidati siano valutati, nell'ulteriore corso, proprio da coloro che le norme reputano più idonei e siano in possesso dei prescritti requisiti. Ne discende che l'interesse dei candidati stessi alla rimozione dei componenti illegittimamente nominati si attualizza solo dopo l'adozione dell'atto che ha preso in esame la loro posizione ed approvato la relativa graduatoria. Solo in tal momento, infatti, con l'approvazione della graduatoria, può utilmente compiersi la verifica effettiva del pregiudizio sofferto dal candidato.

  • Il T.A.R. Lazio, con sentenza n. 41 del 5 gennaio 2011, ha affermato che è suscettibile di valorizzazione ai fini risarcitori la condotta della Commissione esaminatrice che non abbia proceduto all'individuazione e successiva indicazione di criteri e modalità di valutazione delle prove concorsuali, da formalizzare nei relativi verbali, al fine di assegnare i punteggi attribuiti nelle singole prove. In ipotesi siffatte ha luogo, in particolare, la violazione del disposto normativo, di natura precettiva ed inderogabile, di cui all'art. 12,D.P.R. n. 487 del 1994, cui consegue il difetto di trasparenza dell'agire amministrativo e la non intelligibilità della motivazione espressa in termini numerici.