Diritto agrario

  • Uno dei principali strumenti di sostegno al reddito delle Aziende Agricole italiane e di quelle con sede in area comunitaria è rappresentato dalla Politica Agricola Comune (PAC).

    Essa si sostanzia nella corresponsione di un unico pagamento “disaccoppiato”, ossia svincolato dalla produzione e legato esclusivamente all’estensione della superficie aziendale destinata ad attività agricola con il solo vincolo che siano mantenute buone condizioni agronomiche e che siano rispettate le norme relative all’ambiente, alla sicurezza alimentare ed al benessere degli animali.

    L’importo di detto pagamento è suddiviso in quote, i c.d. titoli all’aiuto, che sono suscettibili di formare oggetto di atti negoziali di trasferimento, sia a titolo volontario che a titolo espropriativo.

    Essendo i “titolo all’aiuto” un istituto introdotto dal legislatore comunitario, è molto discussa la loro qualificazione giuridica all’interno del nostro ordinamento e se la loro trasferibilità li possa far assimilare ai diritti di credito. Ciò anche alla luce del fatto che la titolarità di un titolo PAC fa sorgere nei confronti dell’Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura – AGEA il diritto a percepire il contributo economico ad esso associato.

    Veniamo pertanto ad esaminare brevemente le modalità per soddisfare un proprio eventuale credito mediante espropriazione dei titoli PAC di cui un Azienda Agricola debitrice ha la titolarità. 

    Sul punto la giurisprudenza ha precisato che contributo e titolo, seppur tra loro collegati nel senso che per avere diritto al primo occorre avere la titolarità del secondo, fanno sorgere diritti distinti costituendo il premio il diritto a percepire una somma di denaro ed il titolo una posizione giuridica soggettiva che nasce da un atto amministrativo ricognitivo dell’esistenza di tutti i requisiti necessari per poter inserire l’agricoltore in un elenco nazionale (“Registro Nazionale Titoli”). Tale iscrizione costituisce la premessa per conseguire, fra l’altro, il diritto di ricevere a titolo di premio comunitario una somma di denaro erogabile per legge dall’AGEA o da altro organismo pagatore regionale (Trib. Roma n. 25949/2009).

    Dei due, come precisato da AGEA con la nota circolare 10.02.2016, prot. n. ACIU.2016.70, solo i titoli possono essere oggetto di azione esecutiva, risultando la pignorabilità dei premi preclusa dall’art. 2 D.P.R. 727/1974.

    Precisa, infatti, l’Organismo pagatore che i titoli possono essere oggetto di pignoramento nelle forme e nelle modalità previste per la procedura del pignoramento mobiliare presso il debitore.

    Non è ammissibile la procedura di pignoramento presso terzi in quanto AGEA non è né custode né debitrice nei confronti degli agricoltori beneficiari dei finanziamenti.

    I passaggi per eseguire correttamente il pignoramento dei titoli PAC sono i seguenti.

    Preliminarmente è onere del creditore consultare il Registro Nazionale Titoli per verificare numero, valore ed eventuali pesi giuridici (es. pegni) dei titoli intestati al soggetto nei cui confronti viene radicata la procedura esecutiva.

    Ottenuta tale informazione il creditore, nel richiedere all’Ufficiale Giudiziario di procedere esecutivamente, deve indicare il numero identificativo del titolo che si intende pignorare.

    Il verbale redatto dall’Ufficiale Giudiziario deve, poi, essere inviato a mezzo pec ad AGEA affinché quest’ultima possa procedere all’annotazione del pignoramento nel suddetto registro segnando il momento a partire dal quale i titoli pignorati non potranno più essere trasferiti.

    Ricevuto il verbale di pignoramento, il creditore deve iscrivere la procedura a ruolo e chiedere al Tribunale competente di procedere alla vendita dei beni pignorati.

    Anche il provvedimento conclusivo della procedura, sia esso di assegnazione a seguito di vendita all’asta o di eventuale estinzione (per es. perché il debitore non è più proprietario di titoli per mancato utilizzo degli stessi per due anni consecutivi), deve essere inviato dal creditore (sempre a mezzo pec) ad AGEA.

    Il non completo invio dei documenti sopra citati è causa di inopponibilità all’Organismo pagatore degli atti inerenti la procedura esecutiva.

    Sino alla conclusione della procedura esecutiva il debitore/titolare può continuare ad utilizzare il titolo inserendolo in domanda unica, ciò proprio perché l’esecuzione colpisce il titolo ma non il contributo.

    Da ultimo è opportuno sapere che affinché il titolo dia diritto all’erogazione del premio, in applicazione di quanto stabilito dal Regolamento UE n. 1307/2013, l’assegnatario deve essere un agricoltore in attività alla data di richiesta di trasferimento dei titoli assegnati o acquistati all’asta. In assenza di tale requisito non è possibile perfezionare la procedura di trasferimento dei titoli.

    Avv. Francesca PELLE

    Avv. Marcello Maria BOSSI

  • Con la sentenza n. 22944 del 12 novembre 2010 la Corte di Cassazione ha ribadito il principio affermato con le sentenze 20/01/2006, n. 1107; 04/03/2003, n. 3170; e n. 5673/2003, secondo il quale il requisito della "abitualità" della attività di coltivazione agricola richiesto dallaL. 26 maggio 1965, n. 590, art.31, in capo al coltivatore diretto non implica necessariamente che l'attività di conduzione del fondo debba essere svolta, da chi assume di essere titolare del diritto di prelazione, in forma professionale, e neppure in misura preponderante rispetto ad altre sue attività, che restano irrilevanti ai fini della sussistenza della qualità di coltivatore diretto anche se esercitate in via prevalente venendo a costituire una fonte di reddito superiore o addirittura la fonte di reddito principale, purchè la forza lavoro del coltivatore diretto e della sua famiglia costituisca almeno un terzo di quella occorrente per le normali necessità di coltivazione del fondo.


  • Quesito:
    “Sono un imprenditore agricolo e sono a conoscenza dell’emanazione di nuove disposizioni in materia di salute e sicurezza sul lavoro: tali norme prevedono una disciplina specifica anche per la mia attività e, se si, di che tipo?”

    Il Consiglio dei Ministri ha approvato, lo scorso 6 marzo, lo schema del “Testo Unico sulla salute e sicurezza dei luoghi di lavoro”: tale complesso normativo, quando entrerà in vigore, ridefinirà la legislazione di settore, prevedendo una serie di novità anche con riferimento alle imprese agricole.

    La prima: anche per “campi, boschi e altri terreni facenti parte di un’azienda agricola o forestale” dovranno essere rispettati precisi requisiti di salute e sicurezza. Questi ultimi spazi, infatti, vengono espressamente annoverati tra i “luoghi di lavoro”. I requisiti di cui trattasi (Allegato IV punto 7 del provvedimento) concernono la qualità delle abitazioni e dei dormitori concessi in uso ai lavoratori stabili o stagionali, le modalità di distribuzione dell’acqua potabile, le caratteristiche degli scarichi, il posizionamento di stalle e concimaie ed i parametri cui è necessario attenersi nella loro costruzione. E’ importante segnalare, altresì, l’obbligatorietà per tutte le aziende del pacchetto di medicazione o della cassetta di pronto soccorso a seconda delle dimensioni (almeno 5 lavoratori o più di 50), di mezzi di disinfezione atti ad evitare il contagio delle malattie infettive per i lavoratori addetti alla custodia del bestiame, nonché del rispetto delle disposizioni speciali per i luoghi di lavoro con presenza di agenti nocivi con riguardo alle attività di diserbamento, distruzione di parassiti delle piante o degli animali, distruzione di topi o altri animali nocivi, prevenzione e cura delle malattie infettive del bestiame e, in genere, per i lavori a contatto con sostanze tossiche o nocive.

    E’ preciso obbligo del datore di lavoro garantire la conformità dei luoghi a quanto normativamente previsto: in caso contrario, il rischio è di incorrere nella sanzione penale di cui all’art. 68 lett. b), ovvero l’arresto da tre a sei mesi o l’ammenda da € 2.000 a 10.000. Inoltre, laddove dalla violazione delle suindicate disposizioni derivasse un episodio di infortunio, troverebbero applicazione anche le disposizioni del codice penale in materia di delitti contro la persona: in particolare, il riferimento va alle ipotesi colpose di omicidio e lesioni, per le quali la violazione delle norme in materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro costituisce una circostanza aggravante.

    Altra importante novità concerne la posizione dei componenti l’impresa familiare, dei coltivatori diretti del fondo e dei soci delle società semplici operanti nel settore agricolo. A questi ultimi (art. 21) è fatto obbligo di utilizzare le attrezzature di lavoro, nonché di munirsi di dispositivi di protezione individuale, in conformità a quanto statuito nel Titolo III del testo legislativo. Dette norme prevedono, tra gli altri, l’obbligo di adeguare le attrezzature ed i dispositivi alla tipologia di lavoro da svolgere ed ai rischi ad essa connessi, nonché l’obbligo di regolare manutenzione e controllo degli strumenti suddetti. A carico dei trasgressori è prevista, in questo caso, l’applicazione di una sanzione amministrativa pecuniaria che va da € 300 a € 2.000 (art. 60).

    Va sottolineato, infine, quanto statuito sul versante della formazione. Corsi di formazione specifici in materia di salute e sicurezza sul lavoro, incentrati sui rischi propri delle attività svolte, sono previsti, con oneri a loro carico, in favore dei sopracitati soggetti; in più, il Ministero del Lavoro è chiamato ad emanare disposizioni specifiche per l’attuazione di servizi relativi a informazione, formazione e sorveglianza sanitaria, in relazione alla specificità dell’attività svolta, per le piccole e medie imprese operanti nel settore agricolo che impieghino lavoratori stagionali.

    Data, pertanto, la specificità degli argomenti e, soprattutto, la delicatezza degli interessi in gioco, trattandosi di sicurezza e salute sul luogo di lavoro, è opportuno che tutti gli operanti del settore si documentino attentamente così da attenersi con precisione alle nuove disposizioni legislative sin dalla loro entrata in vigore.

    Avv. Marcello BOSSI

     

     

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    Quesito: “Ho appreso che è stato pubblicato sul bollettino della Regione Piemonte un decreto del Presidente della Giunta Regionale che ha introdotto il Regolamento in materia di utilizzo agronomico di liquami, letami ed acque reflue agroalimentari. Potreste fornirmi delle informazioni utili alla mia attività di allevatore?”

    Lo spargimento in agricoltura di liquami zootecnici e/o di derivanti dal loro trattamento è un’attività vista con favore dal legislatore in quanto capace di migliorare la produttività dei terreni. Si tratta, tuttavia, di un’attività non priva di pericoli per l’ambiente e per la salute pubblica. Liquami ed acque reflue possono, infatti, contenere livelli di nitriti (ossia sali di azoto) tali da vanificare l’azione fertilizzante dell’apporto azotato e capaci al contrario di essere causa di inquinamento per suolo e falde acquifere. E’ proprio con la prospettiva di razionalizzare ed agevolare il riutilizzo di liquami e letami in modi agronomicamente corretti che è stato approvato il Decreto del Presidente della Giunta Regionale 29 ottobre 2007, n. 10/R, ossia il Regolamento Regione Piemonte recante la disciplina generale dell’utilizzazione agronomica degli effluenti zootecnici e delle acque reflue e il programma d’azione per le zone vulnerabili da nitriti di origine agricola.

    Il regolamento, che entrerà in vigore dal 01 gennaio 2008, detta criteri (primo fra tutti, l’adeguatezza della quantità di azoto efficiente applicata e dei tempi di distribuzione ai fabbisogni delle colture) e divieti nella raccolta e nell’utilizzazione dei liquami (distanze minime tra le zone trattate con prodotti zootecnici e corpi idrici), ma soprattutto definisce le dosi massime distribuibili per ettaro di superficie. I limiti sono 170 kg di azoto per ettaro e per anno nelle zone vulnerabili da nitrati e 340 kg per le aree non vulnerabili. Il limite dei 340 kg si riduce a 250 kg nel caso di nuovi insediamenti o di aumenti della capacità zootecnica esistente che comporti un aumento della quantità di azoto al campo maggiore del 30% (art. 14).

    Il regolamento sancisce, altresì, la possibilità di utilizzo irriguo e fertirriguo anche per le acque reflue di aziende agroalimentari appartenenti ai settori lattiero-caseario, vitivinicolo e ortofrutticolo che producono quantitativi di acque reflue contenenti sostanze naturali non pericolose per un massimo di 4.000 mc/anno e comunque contenenti non più di 1.000 kg di azoto/anno.

    L’impiego di effluenti zootecnici ed acque reflue ai fini dell’agricoltura, in quanto attività potenzialmente nociva per l’ambiente, deve essere denunciato alla Pubblica Amministrazione secondo la procedura dettata dall’art. 3 del regolamento. Le aziende interessate devono presentare apposita comunicazione redatta dal legale rappresentante dell’azienda e presentata tramite le procedure collegate all’Anagrafe agricola unica del Piemonte; in questo modo, ossia mediante una semplice comunicazione, vengono risparmiati gravosi carichi burocratici in capo all’azienda e viene valorizzato il numero di informazioni già in possesso della Pubblica Amministrazione, con facilitazione nei controlli che possono essere effettuati incrociando i dati contenuti nelle comunicazioni ricevute con le altre conoscenze relative allo stato delle acque, agli allevamenti, alle coltivazioni, nonché alle condizioni pedoclimatiche e ideologiche.

    Le aziende che producono in un anno un quantitativo superiore a 6.000 kg di azoto al campo da affluenti zootecnici e gli allevamenti intensivi, nonché le aziende ubicate in zone vulnerabili da nitriti di origine agricola che producono un quantitativo superiore a 3.000 kg e inferiore a 6.000 kg, oltre alla comunicazione di cui sopra, devono presentare un Piano di utilizzazione agronomica. Si tratta di un documento che, mediante una semplice equazione di bilancio tra gli apporti di elementi fertilizzanti e le uscite di elementi nutritivi, consente di calcolare il fabbisogno prevedibile di azoto delle colture e di razionalizzare la gestione della fertilizzazione.

    Autorità competente alla verifica della conformità dei contenuti della comunicazione all’attività svolta dalle aziende agrozootecniche ed agroalimentari è la Provincia. L’eventuale esito positivo di tali verifiche può comportare l’applicazioni di sanzioni che vanno dalla diffida al divieto di esercizio dell’utilizzazione agronomica.

    Per un’efficace applicazione sul territorio delle disposizioni contenute nel regolamento in esame, la Regione provvederà ad un’opera di zonizzazione, ossia provvederà ad individuare con precisione le aree vulnerabili e le aree non vulnerabili da nitriti e ciò al fine di garantire che l’utilizzazione agronomica avvenga senza pregiudizio per l’ambiente. Le informazioni sui terreni oggetto della citata utilizzazione saranno poi rese pubbliche, in ossequio a quanto disposto dall’art. 31, 2^ comma del regolamento. Infatti, una corretta informazione sullo stato dei luoghi non può che agevolare la comprensione e l’applicazione delle disposizioni regolamentari.

    Data la particolarità delle analisi che la Regione dovrà effettuare sul territorio è, pertanto, probabile che la data di applicazione delle norme del presente regolamento possa essere posticipata. In merito, però, si attendono comunicazioni ufficiali.

    Avv. Marcello BOSSI