Con la sentenza n. 20270 del 13.05.2019 la Corte di Cassazione Penale ha riassunto la disciplina applicabile alla professione sanitaria di infermiere specializzato al fine di individuare gli obblighi posti a carico di quest’ultimo.

La normativa che regola la professione sanitaria di infermiere fa riferimento, infatti, ad una pluralità di disposizioni di natura legislativa e regolamentare che ne ha mutato la natura e delineato l'autonomia operativa.

In primis la L. n. 43 del 2006 individua i requisiti relativi all’accesso ed all’abilitazione richiamando la L. n. 251 del 2000 la quale, all'art. 1, stabilisce che gli operatori delle professioni sanitarie dell'area delle scienze infermieristiche e della professione sanitaria ostetrica svolgono con autonomia professionale attività dirette alla prevenzione, alla cura e salvaguardia della salute individuale e collettiva, espletando le funzioni individuate dalle norme istitutive dei relativi profili professionali nonchè dagli specifici codici deontologici ed utilizzando metodologie di pianificazione per obiettivi dell'assistenza.

Il D.M. Sanità n. 739 del 14 settembre 1994, ancora vigente e parte integrante della predetta disciplina, contiene il "Regolamento concernente l'individuazione della figura e del relativo profilo professionale dell'infermiere", secondo il quale: "L'infermiere: a) partecipa all'identificazione dei bisogni di salute della persona e della collettività; b) identifica i bisogni di assistenza infermieristica della persona e della collettività e formula i relativi obiettivi; c) pianifica, gestisce e valuta l'intervento assistenziale infermieristico; d) garantisce la corretta applicazione delle prescrizioni diagnostico-terapeutiche; e) agisce sia individualmente sia in collaborazione con gli altri operatori sanitari e sociali; f) per l'espletamento delle funzioni si avvale, ove necessario, dell'opera del personale di supporto (...).".

La Cassazione, nella citata sentenza, stabilisce che la figura dell’infermiere, “per le competenze che le sono affidate, assume una specifica ed autonoma posizione di garanzia nei confronti del paziente nella salvaguardia della salute, della cura e dell'assistenza, il cui limite è l'atto medico”, precisando che “l'atto di somministrazione del farmaco è concepito, secondo la giurisprudenza di legittimità come atto "non meccanicistico ma collaborativo con il personale medico orientato in termini critici, al fine non di sindacare l'operato del medico bensì per richiamarne l'attenzione su errori percepiti ovvero per condividere gli eventuali dubbi circa la congruità o la pertinenza della terapia stabilita. (In applicazione del principio la Corte di Cassazione ha confermato la sentenza di condanna per omicidio colposo a carico dell'infermiere professionale, con funzioni di caposala, il quale aveva somministrato un anticoagulante e nell'annotare tale circostanza aveva omesso di segnalare l'incompatibilità dell'antibiotico prescritto benchè dalla cartella clinica ne risultasse la chiara incompatibilità con l'allergia del paziente, della quale l'imputato era già ben a conoscenza per ragioni di servizio; Cass. Pen. Sez. 4, n. 2192 del 10.12.2014”.

Il Supremo Collegio enuncia, infine, “che la prescrizione dei farmaci resta al di fuori delle competenze infermieristiche e che il ruolo di garanzia che compete all'infermiere nella "sfera" della terapia farmacologica si limita al "confronto" con il medico cui è demandata la scelta della cura. Rientra, in questo senso, fra gli obblighi dell'infermiere la segnalazione di "anomalie" che egli sia in grado di riscontrare o di eventuali "incompatibilità" fra farmaci o fra la patologia ed il farmaco da somministrare o fra particolari condizioni (per es. allergie annotate in cartella o a sua conoscenza) e la cura prevista”.

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