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Lavoro: la vigilanza sul lavoro

La Suprema Corte con la sentenza n. 10636 del 02.05.2017 ha richiamato il principio secondo cui l’art. 4 della Legge n. 300/1970 fa parte di quella complessa normativa diretta a contenere in vario modo le manifestazioni del potere organizzativo e direttivo del datore di lavoro che, per le modalità di attuazione incidenti nella sfera della persona, si ritengono lesive della dignità e della riservatezza del lavoratore. La vigilanza sul lavoro, infatti, ancorché necessaria nell'organizzazione produttiva, non deve essere esasperata dall'uso di tecnologie che possono rendere la vigilanza stessa continua e anelastica, eliminando ogni zona di riservatezza e di autonomia nello svolgimento del lavoro. Con la pronuncia in discussione la Corte di Cassazione ha precisato, altresì, che i principi affermati da un più risalente indirizzo con il quale si era statuito che l'adozione di strumenti di controllo a carattere "difensivo" non necessitava tout court del preventivo accordo con le rappresentanze sindacali né di alcuna specifica autorizzazione in quanto volto a prevenire condotte illecite suscettibili di mettere in pericolo la sicurezza del patrimonio aziendale ed il regolare, corretto svolgimento della prestazione lavorativa, sono stati armonizzati con l'ulteriore principio in base al quale l'esigenza di evitare il compimento di condotte illecite da parte dei dipendenti non può assumere una portata tale da giustificare un sostanziale annullamento di ogni forma di garanzia della dignità e della riservatezza del lavoratore. In tale prospettiva si è pervenuti alla affermazione di una tendenziale ammissibilità dei controlli difensivi "occulti" anche ad opera di personale estraneo all'organizzazione aziendale, in quanto diretti all'accertamento di comportamenti illeciti diversi dal mero inadempimento della prestazione lavorativa, sotto il profilo quantitativo e qualitativo, ferma comunque restando la necessaria esplicazione delle attività di accertamento mediante modalità non eccessivamente invasive e rispettose delle garanzie di libertà e dignità dei dipendenti, con le quali l'interesse del datore di lavoro al controllo ed alla difesa della organizzazione produttiva aziendale deve contemperarsi. Su tali basi si è affermato il principio secondo cui non è soggetta alla disciplina dell'art. 4, comma 2, Statuto dei Lavoratori l'installazione di impianti e apparecchiature di controllo poste a tutela del patrimonio aziendale dalle quali non derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell'attività lavorativa, né risulti in alcun modo compromessa la dignità e la riservatezza dei lavoratori. A parere della Suprema Corte siffatta lettura del dato normativo de quo appare rispettosa dell'opzione ermeneutica patrocinata anche in dottrina, secondo cui l'interpretazione della disposizione va ispirata ad un equo e ragionevole bilanciamento fra le disposizioni costituzionali che garantiscono il diritto alla dignità e libertà del lavoratore nell'esercizio delle sue prestazioni oltre al diritto del cittadino al rispetto della propria persona ed il libero esercizio dell’attività imprenditoriale (art. 41 Cost.), con l'ulteriore considerazione che non risponderebbe ad alcun criterio logico-sistematico garantire al lavoratore (in presenza di condotte illecite sanzionabili penalmente o con la sanzione espulsiva) una tutela alla sua "persona" maggiore di quella riconosciuta ai terzi estranei all'impresa. Tale interpretazione appare, peraltro, coerente con i principi dettati dall'art. 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo in base al quale nell'uso degli strumenti di controllo, deve individuarsi un giusto equilibrio fra i contrapposti diritti sulla base dei principi della "ragionevolezza" e della "proporzionalità".

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